Opera iconica, simbolo della pittura mondiale, si tratta sicuramente del ritratto più celebre della storia nonché di una delle opere d’arte più note in assoluto. La Gioconda di Leonardo è qualcosa che va al di là dell’arte e della pittura, è un testimonial, un patrimonio umano unico nel suo genere. Il sorriso quasi impercettibile del soggetto, col suo alone di mistero, ha ispirato tantissime pagine di critica, letteratura, opere di immaginazione e persino studi psicoanalitici. Voleva partire da qui la connessione con il mondo della Cura: la terapia del sorriso, del ridere, con tutti i suoi studi sul rilascio di serotonina e in seconda battuta della melatonina con tutti i benefici che questi ormoni hanno sul nostro vivere quotidiano.
Un altro aspetto però si è insinuato durante la stesura di questo testo, ovvero il rapporto che Leonardo ha instaurato con quest’opera. Un quadro come detto unico nel suo genere, ma che dai recenti studi del secolo scorso risulta una realizzazione laboriosa, ripensata, ridefinita più e più volte. Quella del ripensamento non è pratica rara per Leonardo, anzi, ne era un tratto distintivo del suo agire e fare pittura, ma quello che incuriosisce è poi il seguito della relazione tra Leonardo e la Gioconda. Trattandosi di un ritratto commissionato da Francesco del Giocondo che vede come soggetto la moglie Lisa (Monna Lisa), ci si sarebbe aspettato che avvenisse prima o poi una consegna ai committenti. Il quadro invece rimane con Leonardo, che se lo porta con sé nei suoi viaggi, passando per Milano e infine alla corte del Re di Francia, Francesco. Leonardo non se ne separerà mai, lasciandola solo in punto di morte al monarca francese, come per non lasciare sola un’amica che ha tenuto gelosamente vicino a sé. Sarà stato quello sguardo che non ti lascia mai o la terapia del sorriso che ancora non era stata teorizzata, ma mi piace immaginare come la Gioconda, a suo modo, si sia presa cura di Leonardo, in silenzio, sorridendo.
1 gennaio 2025
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.