Dopo Le Perfezioni – per me il miglior romanzo in lingua italiana uscito nel 2022 – Vincenzo Latronico, classe ’84, da Bompiani passa ai Supercoralli Einaudi e pubblica un memoir sulla sua vita e sulla vita degli expat a Berlino.
Prima ancora però di parlare de La chiave di Berlino, questo il titolo del libro appena uscito, lasciatemi spezzare una lancia in favore di una scelta interessante e riuscita, ovverosia quella di creare un dittico fiction/non-fiction, romanzo/memoir, i cui elementi (Le perfezioni e La chiave di Berlino), grazie ai temi comuni – la città tedesca e la generazione dei trentenni – instaurano tra loro un dialogo e si potenziano vicendevolmente, «chiudendo il cerchio» della efficacissima e sui generis indagine che Latronico fa su di sé e sui suoi coetanei, «fuggiti» come lui, per cercar fortuna, verso la città tedesca.
Arrivando ora al memoir, al suo interno leggerete della prima e della seconda volta che Latronico si ritrova, sempre «per caso», a vivere a Berlino (tutt’ora vive lì), degli assurdi spazi vuoti di questa metropoli, di chi ha compiuto «la fuga» per ragioni diverse e prima di lui, come lo scrittore Christopher Isherwood, dei raver e dell’importanza dei rave per definire Berlino, la sua libertà, la sua musica e i suoi giovani, del lavoro di critico d’arte contemporanea, e anche e soprattutto, di quello di scrittore.
Perché leggerlo?
Perché chi è più giovane di Latronico può analizzare meglio alcuni fenomeni che sta vivendo in pieno attualmente tra cui la gentrificazione di interi quartieri e la difficoltà di trovare casa nelle grandi città europee, il lavoro precario e l’instabilità di tutto – dalle relazioni al clima del nostro pianeta. Perché chi è più vecchio di Latronico potrebbe riflettere su alcune scelte fatte in passato, che lo rendono in parte responsabile di quanto narrato nel libro. Perché chi ha più o meno l’età di Latronico si ritroverà moltissimo ne La chiave di Berlino… e questo, ve lo dico, farà un po’ male, ma anche bene: aiuterà a capirci.
Una citazione dal libro
«Questo atteggiamento era strettamente dipendente dal presupposto, infantile e privilegiato, che le mie circostanze le potessi cambiare – che, appunto, la vita fosse una cosa che scegli.
Ma in quel momento – inizio del 2021, più vicino ai cinquant’anni che ai venti, finito per caso a Berlino senza alternative possibili né progetti futuri – c’era ben poco che potessi fare di diverso da ciò che facevo».
Federica Merlo
Newsletter #44
30 settembre 2023
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Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.