Il libro che si scrive dopo una tanto meritata quanto inattesa vittoria ad un premio importante (in Italia, IL più importante) come lo Strega è difficile almeno come il secondo «nella carriera di un artista», citando le parole di una famosa canzone. La casa del mago, ultimo lavoro di Emanuele Trevi, arrivato a due anni dallo splendido Due Vite (recensito qui), seppur a mio avviso non raggiunga le vette letterarie di questo illustre precedente – ed è forse anche normale, fisiologico – è un libro solidissimo e come tutti i libri di Trevi, molto pieno di Trevi: della sua vita, della sua sempre mirabile ed elegante prosa e, soprattutto, di quella sua caratteristica e personalissima visione del mondo (i suoi più assidui e fanatici lettori, come me d’altronde, so che hanno capito a cosa mi riferisco).
Ne La casa del mago lo scrittore romano decide di parlarci del padre, figura molto amata ma anche uomo particolare e «ingombrante» (papà Trevi, Mario, era un famosissimo psicanalista Junghiano) e del loro rapporto. Per farlo, coglie l’occasione di un trasloco (momento che sappiamo tutti bene quanto possa turbare la nostra psiche) proprio nella casa-studio medico del genitore, deceduto nel 2011.
Il risultato è un racconto «alla Trevi» – lo so, vi sembrerà che io stia creando un genere ma, fidatevi, la sua scrittura è davvero peculiare e molto riconoscibile – capace di trasmettere, usando spesso quel pizzico di ironia che alleggerisce e, qui in particolare, dove rispetto a Due vite la tematica è meno drammatica, strappa il sorriso, tutto l’amore e l’importanza che il padre ha avuto e tutt’ora ha nella formazione del figlio.
Perché leggerlo?
Foss’anche solo per leggere le descrizioni delle gite a Venezia del piccolo Emanuele col padre, grande appassionato d’arte, per andare a vedere la Biennale, sarebbe un’ottima ragione. Tuttavia, credo proprio che una volta iniziato sarà difficile non andare oltre e non portarlo, in breve tempo, a termine.
Una citazione dal libro
«La libertà alla fine della fiera è la cosa meno libera che esista al mondo. Perché noi non sappiamo mai, mai, quello che vogliamo. Per tutta la vita pensiamo di volere delle cose e invece ne vogliamo altre. Questa è la caratteristica fondamentale che ci distingue dagli altri animali, più ancora del riso e del linguaggio. E il non sapere esattamente ciò che si vuole deve essere per forza la conseguenza di un potente istinto di conservazione. Tanto è vero che nemmeno mio padre, nemmeno i più illustri guaritori della storia, avevano mai potuto mettere impunemente le mani sul meccanismo umano dell’inconsapevolezza: modifica disabilitata».
Federica Merlo
Newsletter #44
30 settembre 2023
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Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.