Elena Stancanelli, scrittrice e giornalista che fu anche ospite della Fondazione Sasso Corbaro durante la serata on-line dedicata a Daniele Del Giudice, nel 2022 ha pubblicato con La Nave di Teseo il suo ultimo libro, intitolato Il tuffatore (finalista al Premio Campiello). Si tratta di un ibrido letterario dove la biografia (dell’imprenditore e velista Raul Gardini) e l’autobiografia, si mischiano con quanto accadde in Italia tra gli anni 70 e i primi anni 90.
Composto da brevi capitoletti di 2-3 pagine, ognuno con il suo titolo (scelta interessante, che avevo già parecchio apprezzato in Yoga di Emmanuel Carrère – recensito in «Sullo scaffale» – il libro, in circa duecento pagine, racconta – traendo spunto dalle varie vicende e vicissitudini vissute dall’imprenditore Raul Gardini – ciò che per Stancanelli, figlia di una famiglia borghese, è stata la vita e la formazione in quell’Italia di fine secolo scorso, indiscutibilmente in mano ai soldi e al potere non solo di Gardini ma anche di Agnelli, Berlusconi, Andreotti, Craxi, Cuccia etc.
Al di là di questo, una delle cose che mi ha forse più colpito nel libro e che conferma che Il tuffatore non è affatto, come dicevo, una classica biografia, è il racconto lucido e straziante che Stancanelli fa della malattia della sua migliore amica, quando all’epoca erano entrambe ancora adolescenti e andavano a scuola insieme.
Perché leggerlo?
Per tre ragioni: scoprire alcuni interessanti retroscena della recente storia italiana che abbiamo già «sentito», ma i cui dettagli spesso ignoriamo; ricordarsi che dietro a certe decisioni dall’enorme impatto su moltissime persone ci sono singoli individui, con la loro brama, i loro dubbi, i loro sentimenti, le loro passioni… ; rendersi conto che all’interno della storia ci siamo comunque anche noi, come dimostra la vicenda personale, che rende questo libro un quasi-bildungsroman, della scrittrice Elena Stancanelli.
Una citazione dal libro
«Eravamo talmente piccole che quando è morta temevo di dimenticarla e mi pareva insopportabile. Per questo le scrivevo quelle lettere, ogni giorno. Ricordo molto bene la sensazione di resistenza, di cercare di stringere una materia volatile come i ricordi. Volevo tenerli stretti a me, uno accanto all’altro, come il bossoli nel gilet da caccia di mio padre. Anche quelli più brutti. Ed è finita così, che mi sono rimasti addosso specialmente quelli brutti. Le cose brutte sono più resistenti, scavano più a fondo».
Federica Merlo
Newsletter #43
30 agosto 2023
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.