I non lettori conoscono Cormac McCarthy perché da un suo libro – minore, a onor del vero – è stato tratto quel meraviglioso film che è Non è un paese per vecchi, dei fratelli Cohen. Per i lettori invece, questo signore, morto pochi giorni fa, il 13 giugno 2023, appena prima di compiere novant’anni, è noto soprattutto per Suttree, per la Trilogia della frontiera, per Meridiano di sangue e per La strada, insignito del premio Pulitzer nel 2007.
McCarthy, che mancava alla scrittura da ormai 16 anni (proprio da La strada), ha finalmente dato alle stampe, a ottobre dell’anno scorso negli States e da poco in Italia (con la traduzione – una impresa non da poco! – della bravissima Maurizia Balmelli), Il passeggero. Il romanzo in realtà è parte di un dittico, di una dualogia, composta anche da Stella Maris, già uscito in inglese e che in Italia, sempre per Einaudi, che di McCarthy detiene i diritti di tutte le opere, uscirà il 23 settembre.
Sarà che è la recente dipartita di un mio mito, sarà che attendevo da moltissimo Il passeggero, sarà che l’ho amato come, del resto è accaduto per tanti altri suoi libri, alla follia… ma mi viene estremamente difficile recensire questo ennesimo capolavoro. Perché sì, a mio modestissimo parere (ma se vi andate a leggere le varie recensioni delle più importanti testate americane – il New Yorker, per fare un nome a caso – mi pare che io sia piuttosto allineato a quanto di questo libro si racconta in giro) siamo ancora di fronte a un capolavoro, a «un’impresa più grande di Meridiano di sangue, il suo capolavoro più antico, o di La strada, il suo capolavoro più recente» come ha scritto il critico Graeme Wood sul The Atlantic.
E allora, in breve, brevissimo, vi dico solo che è la storia di due fratelli, Bobby e Alicia Western e del loro amore. Aggiungo che 10 anni prima, lei, è morta suicida e lui, per questo, non si da pace. Aggiungo che Alicia era un genio, un genio malato di schizofrenia paranoide. Aggiungo che tanto amore come quello che c’è ne Il passeggero, io l’ho letto raramente. Che due personaggi così belli, io, tra le pagine di un libro li ho incontrati raramente. Aggiungo che ci sono, come sempre in McCarthy tanti Stati Uniti – il Vietnam, la bomba atomica, la CIA – tanta scienza – fisica quantistica e matematica, in questo caso – e il tema della morte. Aggiungo che la scrittura è… beh, perfetta. E poi… e poi allora finisco col dirvi che per leggerlo potete al massimo aspettare settembre… perché io che non l’ho fatto, ora sto attendendo con ansia e trepidazione (e la triste consapevolezza che sarà l’ultimo romanzo del grandissimo Cormac McCarthy), Stella Maris.
Perché leggerlo?
Per quell’amore lì, di cui vi parlavo poc’anzi. E per quella scrittura lì, non gradini, ma scalinate intere sopra a tanti.
Una citazione dal libro
«Era stato suo padre a portarla da tutti quei medici. Lui che se ne stava seduto al tavolo di cucina nel vecchio cascinale con lo sguardo fuori sui campi fino al torrente e ai boschi al di là. Si era annotato su un taccuino le cose che lei aveva detto e lui non aveva capito e le leggeva e rileggeva finché alla fine forse si è reso conto che la sua malattia – come lui la chiamava – non era un disturbo ma un messaggio. Più di una volta si era voltato e l’aveva sorpresa sulla porta che lo guardava. Una Fräulein Gottestochter che recava doni di cui lei stessa alla fine dei conti non sarebbe stata avvocata».
Nicolò S. Centemero
Newsletter #41
30 giugno 2023
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.