Ogni volta che Giorgio Falco, scrittore italiano tra i più talentuosi sulla piazza, pubblica un romanzo, è per me una festa. L’ultima uscita datava fine 2020, il titolo era Flashover e parlava dei responsabili dell’incendio al teatro La Fenice di Venezia. Una bomba, bellissimo!
A conferma della grande capacità di Falco d’indagare l’umano anche nelle sue forme più abiette e perverse arriva quest’anno, sempre nella prestigiosa collana Super Coralli di Einaudi, Il paradosso della sopravvivenza. Il libro ha per protagonista Federico, detto Fede, o meglio il «ciccione», ragazzo di Pratonovo, paese immaginario del Trentino, laureato in storia e con chiare difficoltà di relazione con il cibo, con l’altro sesso e sul lavoro. Se proprio quest’ultimo è sempre stato uno dei temi portanti della narrativa di Falco, in questo caso, seppur presente (le pagine che descrivono il periodo trascorso da Fede a taggare video pornografici per una società informatica descrivono bene quello che qualche anno dopo, ai giorni nostri, sarebbe diventato il fenomeno della pornografia on-line), in questo caso è anche e soprattutto il tema del corpo che domina sugli altri. Giulia, bella e ricca ragazza di Pratonovo, che usa la sua avvenenza per maltrattare Fede facendogli mangiare in maniera compulsiva quello che lei, ai limiti dell’anoressia, non può e non vuol mangiare. Barbara, detta «Barbie cassonetto», ragazza obesa che Fede incontra a Milano, dove si era trasferito per sfuggire a Giulia e al paese, con la quale intraprende una relazione che fallisce in breve tempo per un lapsus legato al nomignolo affibbiatole dai loro colleghi. Granit, uno di questi che a causa di un tuffo resta invalido e diventa il termine di paragone per la disabilità (l’obesità lo è?) di Fede… «La condizione di ciccione è invalidante quasi come un incidente, ma Fede non ha avuto alcun trauma improvviso, soltanto l’accumulo dei giorni, la vita. Non basta questo? si chiede mentre apre il frigorifero l’anta cigola sopportando il peso del tempo di fabbricazione, di altri inquilini finiti chissà dove».
Il poeta Gianni Montieri scrive a proposito del Il paradosso della sopravvivenza in un bell’articolo comparso su Doppiozero che questo è «un romanzo che nasce dalla capacità di Giorgio Falco (evidente in ogni libro che ha scritto) di osservare la realtà e le cose per quello che sono, per come appaiono, per come avrebbero potuto essere. Di andare a fondo alle cose» e ha ragione da vendere. Falco, con la sua incredibile scrittura, sempre riconoscibile nei toni e nelle atmosfere che le sue parole sanno evocare – qui c’è tanta malinconia e solitudine – anche questa volta riesce a dirci, meglio di quanto riusciamo a fare noi stessi, quello che abbiamo intorno, quello che ci accade, quello che non ci piace, quello che non vorremo.
Perché leggerlo?
Perché la letteratura, così come il cinema (faccio notare che questo è anche l’anno in cui Brendan Fraser ha vinto un oscar meritatissimo per aver interpretato Charlie il superobeso protagonista in The Whale del regista Darren Aronfsky) e le arti in generale (Medical Humanities!), sono capaci di esplorare i temi che trattano con una profondità così umana che la scienza non potrà mai raggiungere. E questo romanzo ne è il chiaro esempio.
Una citazione dal libro
«È la fine di un altro inverno. Ieri c’è stata una specie di nevicata, la temperatura era al di sopra della media stagionale: troppo alta per nevicare davvero. È caduta una neve zuppa, fiocchi inconsistenti disorientavano lo sguardo trasformandolo in un’occhiata acquosa, malinconica, votata al pianto. I fiocchi attecchivano sul terreno, e subito si scioglievano con uno scricchiolio come quando, con le dita, si schiacciano i pidocchi».
Federica Merlo
Newsletter 38
30 marzo 2023
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Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.