Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco. L’autore infatti descrive (registrò su cassette) senza una vera concatenazione o direzione di senso ed in forma diaristica, alcuni degli eventi più significativi degli anni che seguirono la sua perdita totale della vista, dal 1983 al 1986. Sono pagine che scorrono alternando momenti di dolore e smarrimento ad attimi di gioia e speranza, ma non solo. Ritengo siano gli aspetti più filosofici (interrogativi spesso lasciati senza risposte e per questo ancora più coinvolgenti per il lettore, chiamato a pensare e darsi le proprie di risposte), quelli più riflessivi sulla fede e quelli meramente pratici (un lavoro a cui pensare, i figli, la moglie) quello che rende questo testo diverso da altre più classiche e lineari autobiografie narrative scritte da persone malate.
Perché leggerlo?
Perché ci sono dei pensieri, piccoli capolavori, in cui John Hull descrive la pioggia che vi faranno apprezzare anche il «prenderla tutta» durante un temporale o nelle giornate più uggiose.
Una citazione dal libro
«I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza. Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni. Queste fughe sono un vero momento di felicità».
Federica Merlo
Newsletter #3
30 aprile 2020
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.