Partiamo «da lontano» e con un po’ di tristezza nel cuore per questa recensione. Un necrologio comparso sul Corriere della Sera del 30 luglio 2021 recita: Fleur Calasso Jaeggy ricorda con profondo dolore Roberto Calasso amore di una vita. Kisses. F.
Sono state la recente scomparsa dello scrittore Roberto Calasso, fondatore e direttore per oltre quarant’anni della più prestigiosa casa editrice italiana, Adelphi, e la lettura del dolcissimo necrologio sopra riportato che mi hanno dato l’occasione di recuperare gli scritti della moglie di Calasso, la zurighese Fleur Jaeggy.
Proprio con Adelphi, Jeaggy, che scrive in italiano, ha pubblicato nel 1989 un breve romanzo, semi-autobiografico, dal titolo I beati anni del castigo.
La storia è ambientata negli anni Cinquanta, in un collegio svizzero dell’Appenzello, nel quale la vita della ragazzina protagonista e quella delle altre allieve viene vissuta come una severa bucolica reclusione. Un posto, questo collegio di ricche figlie della borghesia novecentesca europea, dove, dice l’io narrante «la letteratura da sola non mi distraeva» e in grado di creare legami e conflitti forti con le compagne e le educatrici. Proprio un’amicizia o meglio una amitié amoreuse, come la definisce Jaeggy, con la compagna Frédérique è al centro del libro, che ho letto in una sola seduta di 2-3 orette senza riuscire proprio a staccarmici. Jeaggy, la cui prosa viene spesso definita austera e impenetrabile, è una maestra di quel «non detto» che lascia il lettore in una sorta di distaccato spaesamento. Una cosa interessante, per provare a mettere in parole quello che ho percepito durante la lettura de I beati anni del castigo, la dice un’altra scrittrice, Sheila Heti, sul New Yorker, in un articolo pubblicato nel 2017 (Jaeggy da tempo è tradotta e molto letta anche oltre oceano): «È come l’uomo suicida che pianifica il suo colpo di pistola allo scoccare dell’ora. La maggior parte degli autori vuole che si senta lo sparo; Jaeggy lo nasconde con le campane della chiesa».
Perché leggerlo?
Perché, nonostante un prosa glaciale, quasi clinica, e nonostante la difficoltà, impostaci dalla Jeaggy, di empatizzare con i personaggi, questo è uno dei libri che più «mi è rimasto dentro» degli ultimi anni. Un vero capolavoro, di cui, purtroppo, sento parlare troppo poco.
Una citazione dal libro
«Ma perseveravo nel piacere dell’andare in fondo alla tristezza, come a un dispetto. Il piacere del disappunto. Non mi era nuovo. Lo apprezzavo da quando avevo otto anni, interna nel primo collegio, religioso. E forse furono gli anni più belli, pensavo. Gli anni del castigo. Vi è come un’esaltazione, leggera ma costante, negli anni del castigo, nei beati anni del castigo».
Federica Merlo
30 ottobre 2021
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.