L’ultima fatica di Krasznahorkai, uscito in patria nel 2021 e portato in Italia recentemente da Bompiani, che ne pubblica tutta l’opera nell’ottima traduzione di Dora Varnai, è HERSCHT 07769, romanzo in una sola frase, senza punti, di quasi 500 pagine. Eh, sì, già.
Tuttavia, se state pensando che sia la solita opera priva di trama, incomprensibile o noiosissima… beh, grave errore. Primo, perché dopo qualche riga vi sarete già totalmente scordati della punteggiatura e starete leggendo con gusto e ritmo una delle prose più belle in circolazione. Secondo, perché le vicende del protagonista Florian Herscht, abitante di un piccolo borgo della Turingia di nome Kana, vicino alla città di Jena (il romanzo è tutto ambientato in Germania), vi trascineranno pagina dopo pagina, costringendovi a uno sforzo notevolissimo quando proverete a mollarle.
Ma di cosa parla questo libro? Allora, davvero difficile, se non impossibile provare a scriverlo. Più ci penso e più penso che, volendo riassumere in poche parole quanto c’è al suo interno, direi che Krasznahorkai ha tentato di descrivere a suo modo e con una certa ironia quello che potrebbe accadere nel nostro contemporaneo in un qualsiasi paese di provincia quando, per svariate ragioni che purtroppo ben conosciamo – odio razziale, diffidenza nei confronti del diverso, l’arrivo di una malattia che minaccia la nostra salute – si inizia a sospettare, ad aver paura e a dare colpe a chi ci sta attorno.
Perché leggerlo?
Questa volta è una motivazione un po’ egoista, ma direi perché mi piacerebbe che qualcuno più esperto di quanto non lo sia io di musica classica e in particolare di Bach, fosse in grado di cogliere le ragioni per le quali il sottotitolo di questo libro sia «il romanzo Bachiano di Florian Herscht» e perché Bach e la sua musica siano così tanto presenti (e poi magari, una volta scoperte, mi contatti e me le spieghi 🙂 ).
Una citazione dal libro
«[…] perché l’arte di Bach è una STRUTTURA STABILE, e rimarrà tale per sempre, è come l’ideale, come un cristallo perfetto, come la superficie di una goccia d’acqua, indecifrabile nella sua stabilità, indecifrabile nella sua perfezione, e anche se ovviamente la si poteva mettere per iscritto, non poteva essere afferrata, colta, capita, perché l’essenza della musica si sottraeva al gesto intellettuale che cercava di afferrarla, perché c’è qualcosa che non siamo capaci di fare, pensò il cervello di Florian, e questo è naturale, e cioè capire il perché la perfezione non abbia in realtà un’essenza, perché dobbiamo dire che la perfezione semplicemente esiste, ma senza un’essenza, quando non ci rimane altro che l’ammirazione, questo pensò il cervello di Florian, […]»
Federica Merlo
Newsletter #34
30 novembre 2022
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Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.