Pensiero 1
«La ballata di Narayama di Shohei dice semplicemente che, in un mondo di scarsità, in un mondo contadino molto povero, non c’è posto per i vecchi, e alla scadenza dei settant’anni, nel villaggio sotto Nayarama, all’arrivo dell’inverno, i vecchi – quale che sia il loro stato di salute – vengono amorevolmente accompagnati sul monte e lì abbandonati, in attesa che la neve li seppellisca… Persone non più produttive, non più in grado di badare a se stesse? Sì, ma la regola dei settant’anni vale anche per la vecchia Orin che pure ha buona salute e che, prima della scadenza, vuole trovar moglie al figlio vedovo. Ha piena coscienza, Orin, delle ragioni profonde della crudele usanza che sta per riguardarla.
Non si conoscono molti racconti altrettanto belli, terribili e pacati, sulla vecchiaia – anche se un altro grande giapponese, il regista Ozu Yasujiro, ha dedicato ai vecchi tanti suoi film, in pacata chiave realistica.
Sì, tanto è cambiato nella condizione degli anziani nella società contemporanea, ma assai spesso, credo, in modi che si vogliono ipocritamente diversi, la condizione dei vecchi è ancora quella di un tempo: invece della montagna, la lenta agonia degli “astenotrofi”».
Goffredo Fofi, il Manifesto,15.6.2024
Il Commento
La ballata di Narayama di Shohei Imamura è un capolavoro del cinema, premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes. Eticamente fondamentale è la considerazione che l’estrema povertà della vita quotidiana e sociale possa indurre a considerare la morte non voluta come un accadimento necessario per le persone ultrasettantenni, in nome della conservazione della comunità
Pensiero 2
«Con l’avere figli, non c’entrano né la vergogna né l’orgoglio. E come tante altre cose nell’esistenza si immagina di poter controllare e di poter decidere, anche diventare o meno genitori è qualcosa che accade, oppure no. Ci sono gli incontri che si fanno e le persone che si amano. Le opportunità. Il caso. E poi c’è il passato che ognuno di noi si porta dentro, l’infanzia che si è vissuta e le cose che si vogliono o meno riparare. Riprendere il filo interrotto di una narrazione affinché la fine della storia sia diversa. Oppure rompere con l’infanzia e evitare che la storia si ripeta.
Avere o non avere figli è uno dei tanti elementi della vita. Una di quelle cose che contribuiscono a fare di ognuno di noi quel che è. Né migliore né peggiore, in fondo. Esattamente come il lavoro che si sceglie o che si subisce. O le persone che si amano, che talvolta sono esattamente come pensavamo che dovessero essere, ma che tante volte sono del tutto diverse. Ebbene, per i figli vale lo stesso. Talvolta sono un modo per coronare un sogno, e allora ci si dichiara orgogliosi di averli e si appiccica addosso a chi non li ha l’etichetta di “infelice”. Talvolta si vorrebbe averli e non arrivano, e allora si fa di tutto per riorganizzare la propria esistenza in modo da colmare differentemente quel vuoto, riuscendo nonostante tutto ad essere felici. Talvolta arrivano senza essere voluti, e poi si scopre che sono la cosa più bella che ci sia mai capitata. Talvolta proprio non li si vuole e allora si è orgogliosi di definirsi child-free. Niente è semplice come sembra. Ognuno si aggiusta come può con i fatti della propria esistenza. E, in fondo, va bene così. Basta imparare a fare i conti con quello che si ha e quello che non si ha. Tanto nessuno ha mai tutto. E c’è sempre “qualcosa di assente che ci perseguita”, come scriveva Camille Claudel in una lettera al fratello, dandoci in poche parole una delle definizioni più belle della condizione umana. Senza bisogno di evocare la vergogna o l’orgoglio. Anche quando si tratta dei figli. Che li si sia avuti oppure no».
Michela Marzano, La Repubblica, 08.04.2015
Il Commento
Per secoli, il cardine della femminilità era quello di divenire madre, ma oggi le donne possono rivendicare la possibilità se e quando diventarlo: si è passati dalla vergogna a un certo orgoglio.
Pensiero 3
«Il principio delle 3R, introdotto nel 1959 dagli accademici britannici Russel e Brunch, rappresenta la cornice teorica su cui si incardina la revisione dell’uso degli animali nella sperimentazione scientifica. Esso è stato successivamente traslato nel concetto di “metodo alternativo” (MA) formulato da David Smyth verso la fine degli anni ’70. I MA rappresentano, quindi, un esempio importante di percorso che coniuga interessi scientifici ed economici ad aspetti più specificamente etici quali l’eliminazione, o quanto meno la riduzione, del sacrificio e/o della sofferenza animale. Punto di partenza di tale percorso è l’inclusione degli animali in un senso morale più ampio che li considera come esseri senzienti, riconoscendo un valore preciso al loro benessere e, conseguentemente, alla loro sofferenza.
Con il termine “metodi alternativi” sono indicate tutte le procedure adottate allo scopo di: a) ridurre (Reduction) il numero di animali utilizzati nelle procedure sperimentali mantenendo inalterata la significatività statistica dei dati, b) Raffinare (Refinement) le procedure sperimentali sigli animali per eliminarne o limitarne le sofferenze prima, durante o dopo la sperimentazione e c) Sostituire (Replacement) totalmente l’animale con materiale non senziente, come sistemi in vitro o modelli di simulazione a computer.
Il principio delle *R non esclude quindi, a priori, l’uso degli animali ma persegue l’idea di un utilizzo consapevole e necessario del modello animale e chiede la messa a punto di prospettive sperimentali meno invasive, più attente a stabilire un equilibrio tra conoscenza scientifica e rispetto degli animali».
Maria Vittoria Ferroni e Carla Campanaro, Metodi alternativi alla sperimentazione animale, Giappichelli, 2017
Il Commento
Peter Singer, nel suo testo sacro “Animal Liberation”, tende a combattere lo “specismo” non tanto per la prevalenza soggettiva dei diritti, ma per il principio di eguaglianza nel riconoscimento degli interessi nei confronti delle vite non umane.
Pensiero 4
«Ricoeur définit l’éthique comme la ‘visée d’une vie bonne, avec et pour les autres, dans des institutions justes’. La première dimension convoquée par cette définition est celle de la visée. L’éthique, en quelque sorte, ne peut pas exister de manière autarcique. Plus qu’une réalité concrète, elle set un projet qui n’aboutit jamais tout à fait. Nous ne la mettons pas en pratique comme nous le ferions pour une règle ou une loi : nous la construisons et la faisons exister en permanence dans les méandres de nos doutes et de nos interrogations. Elle est une pratique qui nous permet de penser la signification et le but de nos pratiques. Elle est donc davantage une intention qu’une application. L’intention est en effet une notion très précise, issue du latin ‘intentio’ (action de tendre, application de la pensée, attention, effort vers le but), dérivée de ‘intendere’ (comprendre). Elle suppose de comprendre quelque chose di monde et de tendre vers un certain but en y prêtant notre attention et nos efforts.
Ricoeur parle d’’intention éthique’, c’est-à-dire d’un dynamisme de pensée orienté vers la recherche d’une action juste. Ainsi la visée est-elle une manière de situer le projet éthique dans le champ de la perpétuelle interrogation plutôt que dans celui de l’affirmation et de la certitude. En ce qui concerne les implications de l’expression ‘avec et pour les autres, il faut penser à l’ ‘éthique du care’: il s’agit de percevoir l’être qui nous fait face comme un humain doué d’une intentionnalité a respecter grâce à l’engagement de notre sollicitude.
Enfin, la dernière dimension convoquée par cette définition, l’institution juste, est probablement plus complexe à élucider car la plus subjective.
Une institution est avant tout un dispositif créant di ‘vivre’ ensemble construit, partagé et vécu par des personnes singulières. En second lieu, chacune de ces personnes sera considérée comme créatrice de sa propre réalité au sein d’une espace co-construit de signification partagée. Enfin, ce ‘vivre ensemble’, bâti par des sujets ayant une pensée et une réalité qui leur sont propres, sera considéré comme une opportunité ce créer un espace de bien-être dans lequel chacun verra sa singularité et sa dignité reconnues et protégées.
Ainsi l’institution ‘juste’ prendra-t-elle la signification, d’un dispositif permettant la mise en sens d’une relation entre des personnes, avec l’intention de promouvoir une existence collective à même de favoriser l’épanouissement et la reconnaissance de chacun».
Lucas Bemben et al, Accompagnement institutionel d’adultes en situation d’handicap, éurè, 2019
Il Commento
La definizione di etica secondo Paul Ricoeur: l’importanza della “istituzione giusta”, cioè quella che rende impossibile la violenza in tutte le sue forme
Pensiero 5
«Different disciplines come to value the contribution made by the arts and humanities and new opportunities emerge in health for the development of new approaches in this field, with research centres and academic programmes for heath humanities on the rise, this book can act as a beginning point for new inclusions and new visions. It is an early attempt to outline a fuller range of healthcare and health and well-being activities driven by the arts and humanities.
It distinguishes itself from existing literature in medical humanities which continues to be mostly unidisciplinary, this book has hopefully struck a chord with those wishing for a more inclusive and less medically focused platform for innovative scholarship and healthcare or health and well-being practice, to take a broader view of the arts and humanities, rather than being specifically focused on the arts themselves, and expand the focus to foreground literary and critical theory, anthropology, linguistics and other social sciences which have a bearing on the issues under discussion. Whereas various literature seeks to explore the arts’ role in practice, design and education as it applies to healthcare issues, we have argued for the development of theory, concepts and new way of understanding. We have shown that there is much work afoot already in the medical humanities, and other disciplines are developing related approaches, but there is still much work to do in cross-fertilising these activities so as to maximise the benefit of practitioners, informal cares and patients / clients.
The majority of healthcare and the generation of health and well-being is non-medical. Despite being a popular activity, visits to the doctor, or doctor consultations in the clinic, are relatively fleeting. Other practitioners and professionals and voluntary sector workers may contribute to care. In hospitals and residential settings clients may spend more time with care assistants, catering and cleaning staff, as well ad informal and family carers, than they do with their doctors. In other institutions such as schools, prisons and childcare services, roles are changing and greater degree of responsibility for the mental and physical health of their charges is expected from practitioners. Complementary, alternative healthcare and strong shift to self care and community-generated solutions give further notice that medicine and medical humanities is too narrow a bandwidth for considering the contribution that arts and humanities can make to mental health and well-being of society.
This book has attempted to outline the health humanities as an evolved and more inclusive development beyond medical humanities. The field of medical humanities has grown rapidly in the last decade, but is has not responded to the growing and broadening demand from other professions to become involved, there are important cohorts of personnel in healthcare, as well as informal carers, who have been largely left out of medical humanities so far».
Paul Crawford et al, Health Humanities, MacMillan, 2015
Il Commento
Le Medical Humanities devono fare proprio il “principio della vulnerabilità”: la nostra attenzione deve interessare anche le popolazioni più deboli e non soltanto i singoli pazienti, dalle persone senza assicurazione sanitaria alle vittime delle epidemie nei paesi poveri.
3 giugno 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida