Pensiero 1
«Ormai anche le famiglie povere generano pochi figlə, quando ne generano, non potendo permettersi neanche quellə biologicə, mentre la povertà un tempo si associava alla condizione di proletariato, cioè quella di avere come unico capitale solo ciò che viene generato dalla propria stessa carne. Il valore della prole è dipeso per generazioni dal fatto che le braccia per la agricoltura e per il lavoro in fabbrica o in miniera fossero una risorsa economica accessibile per via riproduttiva. Ora che i braccianti li sfruttiamo e li facciamo morire sotto il sole dei nostri campi come animali da soma senza neanche seppellirli, ora che ne commissioniamo da casa il lavoro massacrante di consegna su biciclette motorini per compensi irricevibili, ora che ordiniamo i loro servizi da app senza neanche guardarli in faccia e neghiamo loro non dico il salario minimo, ma persino l’acqua pubblica di un cimitero (succede a Ventimiglia mentre scrivo queste righe), abbiamo capito che non c’è bisogno di fare figlə nostə per avere manodopera a basso costo. Basta rendere schiavə e sottomessə le figliə degli altri, un proletariato surrogato popolato da coloro che abbiamo per anni trattato come bestie, parassiti, passeggeri di “taxi del mare”, preparando il terreno per l’assurda convinzione che siano venuti qui per rubarci il lavoro, come se quel lavoro l’avessimo mai voluto fare».
Michela Murgia, Dare la vita, 2024
Pensiero 2
«Tutti al villaggio ricordano quel primo novembre, quando Serafina insorse contro il parroco durante la benedizione pomeridiana delle tombe. Ci eravamo riuniti al cimitero, ognuno in silenzio con i suoi morti, di tanto in tanto qualcuno, perso nei propri pensieri, levava lo sguardo all’imponente massiccio montuoso. La litania si era spenta, il prete stava già benedicendo le tombe della terrazza superiore. Ormai aveva raggiunto l’ultimo angolo, nel frattempo un piccolo coro aveva intonato un canto, che fosse stata quella melodia a trasmettere al parroco un entusiasmo improvviso, per noi spiegabile? Fatto sta che si volse di scatto per affrettarsi e uscire defilato dal cimitero. Ma Serafina, che fino a quel momento era rimasta in cima alla scalinata della terrazza inferiore, gli si farà davanti come una barricadera. E noi?! gridò adirata, e noi laggiù?! Il prete la fissò interdetto, reggendo l’acquasantiera che ondeggiava ancora per lo slancio con cui si era diretto verso l’uscita. Con gesto imperioso Serafina tese il braccio verso la terrazza inferiore. Là, come su un gradino inferiore del Purgatorio, si accalcavano i familiari dei defunti inumati nelle urne. Le parole di Serafina li contagiarono e scoppiò un vero e proprio tumulto, tutti chiedevano con forza la benedizione dimenticata dei loro morti. Recitando una preghiera in latino a voce troppo alta come un esorcismo, il prete benedisse il colombario dalla sommità della scalinata, a distanza di sicurezza, e sparse molta più acquasanta del solito, anzi, non finiva più con le aspersioni, e alla fine innaffiò con ampi gesti anche i familiari che sopportarono storicamente. Solo la sorella di un uomo morto in un incidente, che aveva indosso un giubbotto da rockettaro, si pulì la buca con il dorso della mano sbaffandosi di rossetto rosso scuro».
Gertrud Leutenegger, Fuggiaschi tardivi, 2023
Pensiero 3
«”Si soffre nell’esatta misura di quanto vale la perdita, perciò si finisce per affezionarsi al dolore, secondo me”. Era la seconda parte dell’enunciato quello contro cui puntavo i piedi: mi pareva inutilmente masochistica. Adesso so che contiene del vero. Perché se non si può esattamente sostenere che al dolore ci si affezioni, va detto che si smette di considerarlo futile. Il dolore dimostra che non hai dimenticato; esalta il sapore dei ricordi; è la prova dell’amore. “Se non importasse, non importerebbe”. Ma il lutto è anche un terreno di seminato di trappole insidie che il tempo non diminuisce. Vittimismo, chiusura in sé stessi, disprezzo del mondo, tendenza egoistica reputarsi eccezionali: sfaccettature della stessa vanità. Guardate quanto sto male; quanto nessuno riesce a capirmi; non è forse la prova di quanto abbiamo amato? Forse, ma forse no. Ho visto persone mostrare il lutto ai funerali e non c’è spettacolo più vuoto. Il lutto può perfino diventare competitivo: guardate quanto lo/la amavo, lo testimoniano le mie lacrime (con le quali mi accaparro il trofeo). Si è portati a pensare, se non proprio ad affermare: io sono precipitato da un’altezza maggiore, lo si capisce dai miei organi spappolati. I dolenti esigono compassione, ma al tempo stesso, insofferenti a qualsiasi sfida al loro primato, sottovalutano la sofferenza degli altri per una perdita analoga».
Julian Barnes, Livelli di vita, 2013
Pensiero 4
«Nell’epoca ipermoderna i grandi sentimenti vengono depositati in una continua necessità di contatto, conferme, verifiche e controlli per tamponare la percezione di alienazione che si incontra ogni volta che la scelta amorosa si rivela incompleta per fronteggiare la paura di incontrare se stessi. Probabilmente dovremmo considerare la solitudine come una condizione che è diventata “nemica” a seguito dei cambiamenti sociali e culturali della nostra società. In tal senso è necessario ampliare la visione della solitudine da un’oggettiva condizione di isolamento a una mancanza ben più complessa nella costruzione della soggettività. Gli effetti collaterali si definiscono nei termini di patologia individuale quando si manifesta l’incapacità di stare insieme ad altre persone e come patologia sociale quando non si è in grado di stare da soli nemmeno cinque minuti, al pari di un legame simbiotico materno irrisolto. Non è un caso se le patologie del nostro tempo ruotano attorno ad aspetti relazionali come la compulsività, la fobia, la mania, le dipendenze, che si distinguono per essere con configurazioni illusorie di conservazione e mantenimento del legame. Questi elementi si associano alla solitudine poiché alla base non è presente un tessuto sociale che predispone un rapporto affettivo con la propria individualità. Per quanto riguarda l’anziano, la tematica risulta essere maggiormente complessa. L’età matura si presenta come la tappa finale di un lungo percorso esperienziale e assume una valenza positiva o negativa a seconda di come è gestita la vita personale, e di come si è stata capaci di avere autonomia, di maturare delle scelte consapevoli e di elaborare i lutti, di accettare l’invecchiamento e il senso del proprio percorso personale».
Diego De Leo e Marco Tabucchi, Nemica solitudine, 2019
Pensiero 5
«Non ho dormito neppure per un secondo, e neanche lo voglio. So tutto. Domani mi apriranno per constatare quel che sanno già: cioè che non c’è più nulla da fare. Mi ricuciranno, e quando mi sveglierò dall’anestesia mi diranno che sono stato operato. E io lo crederò, benché sappia tutto. Non ammetterò che i dolori torneranno di nuovo, più forti che mai. Si dice così: se sapessi che è un cancro allo stomaco mi sparerei un proiettile nel cervello! Sono attaccato a questa vita come mai prima, e anche se solo per un anno, un solo miserabile anno, un trimestre, due mesi (sarebbero settembre ottobre) continuerò a sperare, pur sapendo che sono perduto. Ma non sono solo, Hanna mi è amica, e non sono solo».
Max Firsch, Homo Faber, 1959
1 febbraio 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida