Pensiero 1
«Un amico cattolico, molti anni fa, mi disse: “Il problema di voi laici è che non credete più nel Male”. Era un modo molto diretto per dire: siete dei relativisti etici, avete rinunciato al giudizio, siete disarmati e imbelli di fronte alla ferocia e alla perversione. Se quelle parole mi sono rimaste impresse è perché contengono un nucleo di verità: è vero che tendiamo a giustificare tutto, anche i crimini più abietti, come l’effetto di una patologia, o di emarginazione.
I giornali grondano di pensose indagini sui perché e i percome quella persona ha levato un’arma sui suoi simili senza ragione apparente. Ma non c’è una risposta a tutte le domande: alcuni crimini sono di una tale, odiosa insensatezza che il solo significato “leggibile” è, appunto, avere reso un servigio al Male. Detto questo, l’indagine scientifica sul male, che questa volta scrivo con la minuscola, è un percorso di civilizzazione. Esplorare la psiche, studiare il crimine non come un accidente “metafisico” (il Male!) ma come un prodotto degli uomini e della società, ritenere che l’esclusione sociale, il degrado dei luoghi e l’ignoranza siano terreno fertile per il dolore e la violenza, immaginare le carceri non come strumento di cancellazione delle persone difettate, ma come un luogo di recupero di nostri simili che hanno sbagliato, spesso orribilmente sbagliato: come possiamo farne a meno? Dovremmo, magari, essere un poco meno esitanti e un poco meno lagnosi nel giudicare chi sbaglia. Non diventare la caricatura di noi stessi, che quando non sappiamo che dire diciamo, allargando le braccia, “è colpa della società”. Però deve reggere a tutti costi il fragile edificio di conoscenze, di soccorsi, di terapie che ci siamo costruiti nella pur breve epoca della Ragione (da Voltaire e Beccaria in poi?). Ecco quel che mi succede: scrivo Ragione maiuscolo e male minuscolo. Spero di non sbagliarmi».
Michele Serra, il Venerdì di Repubblica, 13.09.2024
Il Commento
Il “Male radicale” è un concetto kantiano, radicato nella natura umana, che non risiede tanto nelle azioni ma nella volontà che le origina, quando prendono il sopravvento sulla legge morale e vanno quindi contro l’”imperativo categorico”: questa inclinazione può essere contrastata grazie alla libertà e alla ragione. Il termine male (con la m minuscola) fa pensare soprattutto alla “banalità del male” di Hannah Arendt ed è inteso come le azioni malvage commesse da individui comuni per conformismo, superficialità o obbedienza acritica, non motivato da odio o malvagità intenzionata: questo male implica comunque un sistema più grande (come il regime nazista o fascista) che rappresenterebbe il Male (con la M maiuscola). Albert Camus, ne “La peste”, parla sia del male (sofferenza, ingiustizia delle azioni umane – la peste come metafora concreta) sia del Male (caos, assurdo, condizione esistenziale dell’umanità – l’ineluttabilità della morte e dell’ingiustizia). Anche Marguerite Duras ha raccontato il Male come condizione umana (in “La douleur”) come indifferenza verso il dolore altrui (in “Hiroshima mon amour”), mentre lega il male soprattutto al desiderio che rappresenta l’ambiguità dell’esperienza umana (in “L’amant”: perdita e bellezza coesistenti).
Pensiero 2
«Il punto cieco è una parte della retina che non contiene recettori per la luce; è un buco visivo che non percepiamo perché il cervello recepisce le informazioni anche dall’occhio opposto; eppure senza questa assenza invisibile non ci potrebbe essere presenza visibile. Anche al centro della scienza c’è qualcosa che non vediamo ma che la rende possibile: è l’esperienza diretta, corporea.Insomma l’orizzonte dell’esperienza posseduta in qualche grado da tutti gli organismi viventi costituisce la condizione di possibilità della scienza, o in maniera ancor più concisa, senza esperienza niente scienza. La logica del punto cieco scientifico tende tuttavia a minimizzarne se non a negarne il ruolo. […] L’esempio principe è il tempo, il tempo vissuto contro il tempo dell’orologio. Noi viviamo il flusso del tempo proprio ora, io mentre scrivo e voi mentre leggete queste righe, e soltanto l’esperienza della durata rende possibile riconoscere nel tempo una successione di momenti, che verranno poi misurati dall’orologio. Illusione! rispondono prominenti scienziati: il tempo è una variabile nelle equazioni, è una serie di istanti misurabili che può anche, benché ciò sia improbabile, andare all’in-dietro, e se sembra un flusso che avanza, è a causa dei nostri imperfetti strumenti mentali e corporei. Bergson contro Einstein. Il problema non è nuovo. Autori come Kant, Husserl, Bergson, Whitehead hanno dimostrato il ruolo fondamentale della mente nella nostra descrizione del mondo. Eppure il punto cieco è talmente diffuso e penetrante che molti di noi pensano di dover ritenere che l’esperienza sia effimera e comunque irrilevante per la scienza. Invece la sensazione soggettiva dell’umano che guarda gli oggetti è importante e irrinunciabile. Potremmo anche sovrapporla alle qualità secondarie delle cose, così definite da Galileo, Locke e Hume, di fronte alle qualità primarie, quantificabili e misurabili. Qualità secondarie sarebbero per esempio. i colori, che non sono posseduti dalle cose se non relativamente alle esperienze che ne fa l’osservatore sotto l’effetto della luce. Ma per definire i colori sono importanti anche le sensazioni e gli stati emotivi cui i colori inducono, essenziali anche per non ridurre la mente a un computer che elabora informazioni e trasforma noia, piacere o paura in processi misurabili e traducibili in simboli da inserire al suo inter-no».
Francesca Rigotti, il Sole 24 Ore, 08.12
Il Commento
Uno snodo cruciale del pensiero filosofico riguarda l’accordo tra la cura, il tempo e l’esperienza, in particolare quando ci si interessa della condizione umana nella sua concretezza relazionale. Per Heidegger, la cura (Sorge) significa essere proiettati nel futuro e avere radici in un passato che è già avvenuto: non ha necessariamente un significato sanitario, ma piuttosto un prendersi cura dell’esistenza in relazione dignitosa con gli altri e anche con se stessi, attraverso il tempo, orientandosi verso la vita. Nella sua dimensione etica, se si pensa a Emmanuel Lévinas o a Carol Gilligan, il prendersi cura si esprime soprattutto nella responsabilità verso la vulnerabilità dell’Altro.
Pensiero 3
«Il film La stanza accanto di Pedro Almodovar tenta di rendere quasi glamour anche la morte, con le sue due splendide attrici probabilmente di origini protestanti ma che si sono perfettamente adeguate al suo yankee-laicismo, forse (e magari per consolante imitazione) perfettamente laiche come lui. Laiche e per niente «religiose», laiche ma perfettamente borghesi in linea con la cultura oggi dominante che mi sembra tendere a rendere accettabile la morte del mondo e del genere umano e della natura così come la morte dei singoli: una morte glamour, una morte perfettamente laica e borghese e del nostro tempo. È un film che mi scandalizza perché accettare la morte mi sembra andar di passo con l’accettazione del mondo così com’è, né più né meno. E con la sua fine. E trovarcisi bene, in questi ultimi tempi, tra borghesi colti disincantati saggi, perfettamente laici anzi atei e di nessuna visione se non quella dello star bene finché si può, da individui e da borghesi. Non si tratta di elogiare i riti funebri cristiani o altro, ma la morte è la morte, e renderla accettabile mi sembra un enorme peccato.
Un nostro maestro, il poeta Franco Fortini, ci disse una volta che «bisogna morire bestemmiando», ché la morte è la peggiore delle condanne che affliggono la condizione umana. Non so come avrebbe reagito Fortini a questo film, lui che amò molto, ricordo, un bel film di Ingmar Bergman, di cultura protestante svedese, “Sussurri e grida” del 1972. Anche lì due donne ne erano al centro, una ricca morente e una serva, ed era ispirato non alla lontana al bellissimo racconto di Tolstoj “La morte di Ivan Il’ic”. Bergman era un protestante emancipato, Almodovar un cattolico emancipato – che differenza, però, trai due, tra la profondità dello svedese e la superficialità di uno spagnolo fattosi yankee, fattosi «accettante» il mondo così com’è! Il mondo e la condizione umana».
Goffredo Fofi, Se la morte nella “stanza accanto” è troppo accettabile, Il Manifesto, 11.01.2025
Il Commento
Almodovar affronta il tema della scelta consapevole dell’eutanasia quando una paziente è determinata a controllare il proprio destino per salvaguardare la propria dignità soprattutto in presenza di sofferenze fisiche ed emotive: si tratta di uno sguardo etico che privilegia le libertà e i desideri sacrosanti della Persona. Anche in “Persona”, Ingmar Bergman esplora la crisi esistenziale e la ricerca di senso della vita della protagonista, approfondendo il tema dell’identità e della comunicazione a rischio di alienazione, mentre in “Sussurri e grida” l’attenzione si concentra su una donna morente, sofferente e sull’incapacità umana di alleviare le sofferenze altrui, persino da parte di una sorella, sottolineando la solitudine tragica che accompagna sovente il morire. La discussione sul film di Almodovar potrebbe portare al tema dell’assurdità esistenziale e laica dell’agonia rispetto alla sua missione redentrice che i cattolici, attraverso la sofferenza, vedono come un mezzo di unione con Dio.
Pensiero 4
«L’amicizia è un rapporto che presuppone autonomia delle persone, una struttura forte, presente o possibile del loro io; sufficientemente forte perché il rapporto con l’altra non sia sovradeterminato dalla passione, cioè da una domanda imperativa per sé, un bisogno, una piaga aperta da risanare. Passione viene da patimento, sofferenza (…) Ma io conto a sufficienza per qualcuno da essere certo, certa, di esistere? (…) Nell’amicizia questa domanda terribile, demolitoria o risanatrice, non c’è; si è amici quando l’altro, l’altra è assunto e prezioso per quel che è, e non per quello che ci dà o gli domandiamo (…) L’amico non conosce quel risvolto della passione che è la gelosia, infinita incertezza di sé; perciò è generosa, l’amicizia, e può andare nella comprensione oltre l’amore, spesso oscurato da quel bisogno d’un risarcimento che lo divora (…) Questo rapporto prezioso e complesso gli uomini lo hanno conosciuto sempre, le donne no. Perché è un rapporto fra chi, possedendo molte cose, può averne molte da mettere in comune – idee, lavoro, progetti, avventure – e le donne poco hanno posseduto di proprio fino ad ora, e per sua natura quel che avevano doveva essere spartito in un circoscritto confine. Per questo l’amicizia fra uomini era in qualche modo «contro» di loro, o almeno, le escludeva (…)».
Rossana Rossanda, Alias, 18.01.2025
Il Commento
Questa visione, quasi deterministica, del comportamento sociale e relazione delle donne, condizionata soprattutto dalla loro “subordinazione” agli uomini, non esclude altre riflessioni sulle dinamiche di genere: per esempio in Marguerite Duras l’interpretazione è più sfumata, più fluida, se pensiamo quanto le sue donne non siano mai completamente passive e sottomesse, ma, talvolta, proprio perché consapevoli della loro condizione, siano particolarmente “resistenti” e protagoniste di forti comportamenti emotivi. Nelle relazioni fra le donne durassiane, l’amicizia è una dinamica complessa che può comportare al contempo sostegno, ma anche dolore e conflitti: in ogni caso, la sua scrittura, oltre che dalla solitudine e dall’alienazione esistenziale delle protagoniste, scaturisce in definitiva dal sistema patriarcale che ne modella l’esperienza millenaria.
Pensiero 5
«La tendenza di parlare anche di fronte a eventi che esigerebbero piuttosto il silenzio è spesso spontanea. Forse siamo di fronte a una persona colpita da una tragedia e, senza accorgerci, ci lasciamo trascinare dalla deriva di vane e vacue parole di consolazione, mettendoci il cuore in pace perché abbiamo compiuto il nostro dovere. Talora l’impulso di aprir bocca è così forte da creare imbarazzo nell’altro e pentimento in un nostro successivo sussulto d coscienza. […] La parola non dice nulla, se si sono sempre usati nel linguaggio parlato vocaboli non necessari e senza senso in quel contesto: sono le cosiddette «parole nere», adottate come appoggio in un discorso zoppicante, in una grammatica orale scalcagnata, in un effluvio verbale immediato. Basta ascoltare un dialogo tra giovani col loro intercalare spesso affidato a termini volgari qui irriferibili, ma ben noti. Oppure, pensare all’accensione verbale di epiteti in ambito televisivo: essi perdono persino la loro carica offensiva e risultano solo indizio di istinto cavernicolo, di incapacità argomentativa, di illusoria voluttà stroncatoria. A questo punto, vale una frase – questa, si, folgorante – di un antico autore latino, un liberto straniero, vissuto a Roma nel I sec. a.C., Publilio Siro: “La parola è specchio dell’anima. Tale l’uomo, tale la parola”».
Franco Ravasi, il Sole 24 Ore, 08.12.2024
Il Commento
Il tacere è un atto consapevole che può rivelare la natura frammentaria e contradditoria dell’essere, permettendo però, in certe situazioni di estrema complessità come la comunicazione medica delle “cattive notizie”, quelle caratterizzate da una cattiva prognosi, di trasmettere l’”inesprimibile”, quando il rischio è di rendere le parole simili a formule confezionate. Il silenzio (la “reticenza” direbbe Heidegger) permette la dimensione dell’ascolto e non è una mancanza di parole, ma un modo di essere in autenticità. Diversa è la rappresentazione del grande Beckett che lo ritiene il destino inevitabile di una comunicazione ridotta all’assurdo, ma nel contesto clinico, se gestito con grande cura, rispetto, empatia e soprattutto compassione, il silenzio può diventare uno spazio di elaborazione ed evitare l’eccesso di informazioni, consigli o rassicurazioni che causano invasività e ansia. Certo è che un silenzio autentico necessita fiducia reciproca e osservanza profonda dei tempi che il paziente richiede: il tacere consapevole diventa allora parte integrante dell‘etica della cura.
3 febbraio 2025
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida