Non sopporto i book blurb o soffietti editoriali. Si tratta di quelle poche parole ad effetto, solitamente da parte di altri scrittori di fama, che per motivi di mero marketing esaltano le qualità del libro sulla cui copertina vengono stampate o apposte come fascette. Tuttavia, in questo caso, sono perfettamente concorde con quanto ha scritto Marco Missiroli di Due Vite di Emanuele Trevi: «Uno dei libri che ho amato di più in questi ultimi anni». Ecco, anche per me è proprio così!
Premessa: Emanuele Trevi è un gigante della narrativa italiana e quando prendo in mano un suo libro so già in anticipo che sarà un capolavoro (si legga per esempio l’altrettanto recente Sogni e Favole, uscito per Ponte alle Grazie nel 2019). Infatti, Due Vite è stata per me l’ennesima conferma che lo scrittore romano è un vero fuoriclasse.
In questo breve testo (non più di 120 pagine) Trevi racconta degli «spaccati» della sua meravigliosa amicizia con due scrittori, Rocco Carbone e Pia Pera, morti in giovane età (Carbone a quarantasei anni per un incidente in motorino a Roma, Pera a sessant’anni a causa della Sclerosi Laterale Amiotrofica). Ma è il «come» porta a termine questa operazione che rende Due Vite un testo interessantissimo! Schivando il rischio di fare del tedioso biografismo o, peggio ancora, di scadere nel retorico, Trevi decide di narrarci soltanto quanto si ricorda («ci sarà pure un motivo, se ci scordiamo di qualcosa») dei due amici e di rendere i vari aneddoti e i momenti trascorsi con loro dei nobili spunti per parlare di arte e di letteratura, per approfondire l’amicizia e le sue sfaccettature, l’incidente e la malattia e per riuscire anche a dirci qualcosa di sé e della sua visione della vita.
Perché leggerlo?
Per tifare per Due Vite al prossimo premio Strega (attualmente il libro è già nella dozzina dei finalisti).
Una citazione dal libro
«Ma a che servirebbe? Più ti avvicini a un individuo, più assomiglia un quadro impressionista, o a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità».
Federica Merlo
Newsletter 15
30 aprile 2021
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Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.