Pensiero 1
«Tutto sta nel cominciare. La prima volta, percorrendo sdraiati nel letto-barella i corridoi che dalla corsia portano in sala operatoria, si è invasi dalla tristezza mista ad angoscia tipica delle separazioni e delle partenze. La sensazione si stempera le volte successive perché sappiamo cosa ci aspetta, se l’anestesia è fatta bene: il vuoto, il nulla, l’azzeramento. Entriamo in un nero assoluto dove il tempo smette di colpo portando con sé tutto quello che crediamo di essere. Sai che puoi entrarci per sempre e impari che «per sempre» non sai cosa significa. Quella che sperimenti è una morte con – se tutto va bene (o male?) – risveglio. Quanto dura? Non esiste durata. Per te è uno schiocco di dita, un battito di ciglia. Più filosofica invece è quella che chiamano sedazione: ci sei e non sei tu, entri in uno spazio di echi e di luci, ascolti le parole tra medici e infermieri che trafficano intorno al corpo che chiami tuo e scopri che si tratta di una frase impropria. Il corpo viene tagliato, scavato, ricucito. Il mondo è remoto, tu sei esattamente dove questo verbo ha senso. Sei indifferente, non separi più nulla, il bene dal male, la sapienza dalla malattia. La coscienza in questo nuovo paese non c’è mai stata e non c’è. L’anestesia è la patria dei pirroniani dove regna l’afasia, l’apatia, l’adiaforia. Qualunque sia il tuo credo la sala operatoria ci trasforma in scettici. Al risveglio, se la morfina è stata ben dosata, sei felice. La realtà è piena di sorprese, le flebo sfavillano di luce acquatica, il verde del tavolo di formica è un fondo marino venato di ombre diverse. Osservi la bellezza fuori di te, oltre lo spazio che conosci. Chissà.
Minuscola entità vivente venuta avanti filtrando carbonio e azoto. Ossigeno e idrogeno.
Oggi la luna è la luna sbozzata, gibbosa e sfocata che precede un’alba invernale, piovosa.
Osservare il cielo, le nuvole, i pianeti e gli aerei. Venere, Marte, la Via Lattea e chi sta per atterrare. È vero l’aereo è il nostro sublime moderno. Dentro un temporale per due volte, l’aereo si è inabissato proprio come succede ai traghetti in tempesta, il corpo viene scosso, il terrore può far vomitare ma anche può impedire di vomitare. Quando s’intravede la terra si prova un sollievo irragionevole».
Antonella Anedda, Anestesie / Geografie, Garzanti, 2021
Il Commento
La poetessa Antonella Anedda ha ricevuto Il Premio Giorgio Orelli 2024: la giuria, composta da Fabio Pusterla, Massimo Gezzi e Pietro De Marchi, ha riconosciuto nell’opera della Anedda un equilibrio tra una tensione tragica e verticale e una rigorosa adesione alla dimensione orizzontale del quotidiano. Le sue poesie inducano a considerare la vita come una creazione fragile e imperfetta, perseguendo una ricerca di senso che non riguarda soltanto i pazienti, ma anche i curanti che cercano di comprendere il corpo umano soprattutto nei suoi momenti di sofferenza. Nelle sue poesie, il linguaggio diventa una forma di Cura pertinente ad affrontare la vulnerabilità umana nelle sue manifestazioni di sofferenza e di disagio.
Pensiero 2
«La mattina è il momento peggiore, se può esistere un peggio in tutto questo. È una situazione terribile, ma qualcosa di divertente c’è, e in genere ha che fare con le persone. Ma al mattino, quando mi sveglio e ritorno alla consapevolezza, un po’ come Gregor Samsa all’inizio de La metamorfosi di Kafka, mi rendo conto che quello che mi è successo è reale.
Il mio corpo, dopo una notte passata in una sola posizione, comincia a muoversi, magari con un brivido all’inizio, e poi vengo percorso da uno spasmo, come se mi avessero fatto l’elettroshock. Mi rendo conto che i miei piedi e le mie mani non sono davvero miei, che sembrano oggetti poco familiari, inutili, perché non posso muoverli come vorrei. E come quando diciamo “mi si è addormentata la gamba”, solo che per me è tutto il corpo.
Un anno fa, appena sveglio mettevo le gambe fuori dal letto, mi alzavo e andavo in bagno. Mentre pisciavo, mi piaceva guardare dalla finestra il mio giardino e le case di fronte con i loro giardini. In un certo senso mi aspetto ancora di farlo e non riesco ad accettare il fatto che mi sia preclusa una cosa così normale. È una consapevolezza che non riesco a sopportare. Quindi svegliarmi è come rientrare in un film dell’orrore che per un attimo avevo pensato di poter spegnere.
Non posso fare nulla per me stesso. Sono del tutto dipendente dagli altri, e vengo assistito per ogni mio bisogno. Sembra un lusso meraviglioso, ma vorrei essere in grado, ogni tanto, di prepararmi una tazza di tè. Ormai chiedere agli altri di prepararmi una tazza di tè o di grattarmi l’interno dell’orecchio non mi turba. Prima ero più inibito; non ero il tipo che chiede, e volevo credere che gli altri fossero in grado di intuire i miei desideri. Ma se anche ho mai pensato che chiedere qualcosa fosse una seccatura, ora non posso più preoccuparmene, dato che comunque non riesco a fare niente da solo e mi è rimasta soltanto la parola.
Spesso mi chiedo se gli altri sono stanchi delle mie richieste, o se li tratto come domestici. L’altro giorno Sachin, che spesso perde la pazienza con me e fa fatica ad accettare la mia condizione, è sbottato: “Sei sempre lì a chiedere, papà, e non dici mai per favore o grazie!”
Questa accusa è devastante, perché visto che la parola è la mia ancora di salvezza, faccio in modo di chiedere le cose come si deve, con la seduzione più che con l’insistenza. Ma devo confessare che a volte ometto di dire grazie o per favore, altrimenti starei a ripetere questi cazzo di grazie e per favore tutto il santo giorno.
Non c’è modo di evitarlo: le mie conversazioni con amici, familiari, infermieri e medici sono mirate allo scambio. Cosa voglio che facciano per me? Cosa chiedo questa volta? Queste richieste tirano fuori il meglio dagli altri: mi compatiscono, mi amano, si identificano con me; dopotutto, un giorno potrebbero esserci loro al mio posto; e come si sentirebbero? Come si comporterebbero? Cosa vorrebbero?
Di sicuro si chiedono com’è essere me: una tartaruga ribaltata che agita impotente le zampe, sperando che qualcuno la giri. Sono diventato un dittatore, e riluttante, per di più. Non mi comporto così per un senso di onnipotenza ma per debolezza. Se sono divorato dalla rabbia, come spesso succede, è perché mi sento impotente.
L’altro giorno, quando Kier se n’è andato, c’è stato un intervallo di più o meno novanta minuti prima che arrivasse Carlo. In quel lasso di tempo in cui non c’era niente di buono alla radio, ero da solo sulla sedia a rotelle e non potevo muovermi. Potevo chiamare un’infermiera, ma non volevo un’infermiera né un rapporto astratto. Volevo, e per un attimo ho creduto di poterlo fare, mettere i piedi per terra, uscire di qui, prendere l’autobus e tornare a casa. Una parte di me crede ancora che sia possibile: è difficile rinunciare a qualcosa che si dava per scontato.
Non è passato neanche un anno da quando sono diventato una tartaruga sul dorso, e non mi sono ancora abituato. È una cosa che non capirò mai; è parte di me, eppure è al di là della mia comprensione».
Hanif Kureishi, In frantumi, Bompiani, 2024
Il Commento
La vera riabilitazione dovrebbe trovare spazi per crescere assieme, paziente, curanti e famiglie, in uno spazio di accettazione e di convivenza, in un riconoscimento empatico e in una modalità gentile. Soprattutto in una situazione clinica di tetraplegia la sensazione di impotenza, ma pure quella di onnipotenza può disturbare i rapporti di fiducia reciproca: una riflessione comune sui concetti del limite e nell’accettazione che non si possa risolvere tutto e sempre permettono di salvaguardare gli spazi relazionali, carichi di aspettative e di affetti.
Pensiero 3
«Il corpo – esiste tema più dibattuto e allo stesso tempo dimenticato? Vittorio Lingiardi lo contempla e lo corteggia, lo mappa, lo smembra e lo ricompone, lo difende, talvolta forse lo mal sopporta, certamente lo ama, lo abita; lo fa con un libro importante – Corpo, umano – che fin dal titolo, e grazie a una virgola, ci invita alla più profonda delle riflessioni, quella sull’umano, tema che «in sé è senza limiti», come osserva Winnicott, psicoanalista amato da Lingiardi, nell’introduzione al suo Sulla natura umana, in cui affermava che «la natura umana è quasi tutto ciò che abbiamo». «Umana» è l’unica razza in cui possiamo riconoscerci, così, si dice, avrebbe detto Einstein al momento dell’immigrazione in America; e con lui Lingiardi, attraverso quella virgola, una pausa necessaria che impone di riportare il corpo, «il nostro enigma e la nostra vera compagnia», al centro della scena.
La psicoanalisi, l’osservazione dei neonati, le neuroscienze – alleate nel superare «l’errore di Cartesio», ovvero la presunta separazione tra mente e corpo – fanno da cornice alla mappa dettagliata, scientifica e poetica, delle parti del corpo. La struttura stessa del libro – tripartito in «corpo ricordato», «corpo dettagliato» e «corpo ritrovato» – ricalca una dimensione dell’esperienza corporea dell’essere umano: il passaggio da una frammentazione inevitabile (quella del «corpo dettagliato») all’integrazione psicosomatica (quella del «corpo ritrovato»), quel processo che permette di sentire il corpo diventare dimora del Sé.
Il corpo è una casa in cui non è mai pace; non solo perché sede di sofferenza, ambivalenza e conflitto, oggetto di distruzione o di spinte autodistruttive, ma anche perché, sottolinea con forza Lingiardi, «il corpo è trasformazione». Lo è perché psiche e soma sono più che corpo e cervello, sono l’esperienza della vitalità fisica e immaginativa, e si muovono come gemelli siamesi in una danza di cui la stessa scrittura di Lingiardi, così precisa e sensoriale insieme, è felicissima testimonianza».
Sara Boffito, il Sole 24 Ore, 24.11.2024
Il Commento
Nella malattia e nella disabilità il corpo può essere percepito come estraneo e diventare un’esperienza alterata e induce la persona a confrontarsi con una trasformazione del proprio senso di sé. La Cura si rafforza mutualmente tra curante e paziente grazie alla competenza e alla fiducia, espandendosi verso una responsabilità più ampia di quella legata alla diagnosi e al trattamento: la Cura non è solo riparare, ma anche accompagnare durante il processo di adattamento soprattutto nei riguardi dell’identità del paziente. Le Medical Humanities, integrando scienza, arte ed empatia possono essere considerate come percorsi narrativi che aiutano l’ammalato a riscrivere la propria storia.
Pensiero 4
«Il potere della lettura aumenta la conoscenza del mondo ma anche la conoscenza di sé e degli altri. Questa proprietà l’abbiamo sperimentata tutti, perché ci sono libri che leggiamo – e ci fanno scoprire il mondo – e libri che invece ci leggono svelandoci lati della nostra personalità, che non sospettavamo di avere o non osavamo confessarci. In questo, la lettura è a volte rivelazione e a volte vera e propria rivoluzione. Se non ci sono forse libri, tranne pochi, che hanno cambiato il mondo, ci sono però vite che hanno cambiato corso grazie a un’unica lettura. In un mondo sempre più pervasivo, che persino in bagno ci assedia dallo schermo di un marchingegno elettronico che, tra le varie proprietà positive, può generare stress, ansie e dipendenza e che non riusciamo più a scrollarci di dosso, leggere rimane un atto intimo, quasi religioso in senso etimologico (dal latino religare, che significa legare, ossia legarsi a principi e/o valori), che ci mette in dialogo e in risonanza con la parte più profonda di noi stessi, dando vita, nei casi più felici, a vere e proprie epifanie.
Leggere libri deve essere allora un diritto che la nostra società deve rendere universale, garantendone l’accesso anche alle fasce più vulnerabili grazie a una scuola e a un’educazione di qualità libro-centrata e promuovendone la diffusione e la valorizzazione, attraverso la difesa territoriale di quei beni culturali che sono le librerie e le biblioteche (a maggior ragione se facilmente accessibili anche alle nuove generazioni come nel caso de La Filanda a Mendrisio), la trasmissione radiotelevisiva di programmi culturali di spessore a orari non postatomici, nonché l’organizzazione capillare di incontri letterari, di cui il nostro cantone, peraltro, eccelle con una certa discreta modestia».
Marco Galli, Tra le pagine, Quaderni Alternativi, 15.11.2024
Il Commento
La biblioterapia è una pratica che utilizza i libri come strumento terapeutico per costruire empatia, per favorire la liberazione emotiva o, magari, per acquisire strumenti di resilienza per affrontare la specificità di certe complicazioni delle malattie. L’alleanza con i libri non solo può accompagnare una degenza e migliorarne la qualità del quotidiano, ma potrebbe anche essere di qualche aiuto nel trovare un senso al destino avverso: i pazienti possono vivere la propria sofferenza non soltanto in una condizione avversa da subire, ma, talvolta, come una parte che permette loro di normalizzare l’esperienza negativa, magari riducendo il senso d’isolamento che, in genere, provoca. Per certi ammalati la lettura permette di costruire reti di supporto e condividere così esperienze simili, diventando una “rivoluzione” perché può trasformare il dolore in un significato lucidamente cosciente mettendo in discussione valori e credenze apparentemente acquisite.
Pensiero 5
«Il suicidio di Pavese non può essere interpretato come espressione di una tristezza conseguente al naufragare della relazione d’amore con Constance Dowling, ma come una scelta che aveva radici nella storia interiore della sua vita, testimoniata dalla poesia scritta a diciannove anni, nella quale non è possibile non riconoscere una profonda lacerante inquietudine dell’anima. Insomma: non un suicidio sgorgato da un impulso bruciante e inarrestabile, e nemmeno un suicidio adolescenziale nutrito di continue delusioni, ma un suicidio che come un’ombra ha accompagnato la vita di Pavese sulla scia di ideali e di speranze che la vita non gli consentiva di realizzare. Un suicidio al quale egli è giunto con una determinazione infinitamente più ferma, che non quella fragile e ondeggiante di Antonia Pozzi, alla quale ho dedicato tante pagine dei miei lavori: le speranze, che erano in lei, non ci sono nel diario e nelle lettere di Pavese.
Il suicidio non sarebbe avvenuto se fossero stati diversi gli avvenimenti che ne hanno contrassegnata la vita? Il desiderio di suicidio si è manifestato nella adolescenza di Pavese, ma l’amore di Constance Dowling avrebbe potuto salvarlo dalla morte volontaria? Non lo so, ho solo voluto indicare quanta importanza abbia avuto l’assenza della speranza nel non dare un senso alla sua vita. La speranza è apertura a un futuro che riscatta presente e passato, ed è passione del possibile che non esclude l’irrompere della luce anche nelle notti oscure dell’anima. Teoremi, ghirigori astratti, illusioni, questi miei pensieri, che consegnano così radicale importanza alla mancanza di speranza nella genesi della morte volontaria di Pavese? Non ci sono certezze ovviamente, ma la storia interiore della vita di Pavese, sviscerata sulle scie strazianti del diario, delle lettere e delle poesie, mi sembra essere indubbia testimonianza degli abissi di dolore e di disperazione in cui scende una vita che non conosca la speranza».
Eugenio Borgna, Speranza e disperazione, Einaudi, 2020
Il Commento
Eugenio Borgna – deceduto lo scorso 4 dicembre – si sofferma sulla mancanza del senso di speranza per dar senso alla vita. Nel capolavoro assoluto che è il film Ikiru di Akira Kurosawa (1952) la capacità di trasformazione del protagonista, di fronte alla consapevolezza di una morte imminente per una malattia incurabile, si traduce in un atto concreto di che gli crea un significato alla sua vita, anche quando tutto gli sembra perduto: la speranza non nasce immediatamente come uno strumento di conforto nella disperazione, ma nel progetto di trasformare una zona degradata della città in un parco per bambini. Si tratta di un impegno concreto che può trascendere la sua mortalità. Per Kurosawa, in Ikiru, la speranza è una scelta consapevole per trasformare il mondo diverso da come lo abbiamo trovato.
2 dicembre 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida