Hazel e Gus sono due amici molto particolari. I due adolescenti, entrambi anticonformisti e dallo spiccato spirito sarcastico, si conoscono durante le riunioni in un gruppo di sostegno per malati di cancro e si innamorano l’uno dell’altra.
Perché guardarlo?
I motivi per cui guardare questo film sono tanti. Innanzitutto tocca una tematica difficile da affrontare, quello del cancro giovanile, e lo fa con una semplicità e una sensibilità disarmanti. Attraverso questa difficile tematica il regista mette in luce un altro tema importante: lo status di malato che non deve prevaricare sulla persona. In questo film i due giovani lottano contro il loro status di persone malate che parenti, specialisti e il gruppo di auto aiuto gli etichettano addosso, trovando uno nell’altra qualcuno che li accetti come persona, come giovani, come uomo e come donna. I due si prendono cura di questo loro essere persone prendendosi finalmente la libertà di amare, di sperimentare il proprio corpo, di provare emozioni e sentimenti proprio come i loro coetanei. Si appassionano e coltivano le loro passioni rimanendo al di sopra della loro malattia. Il viaggio ad Amsterdam è la chiave di volta tra il viversi malati e viversi come persone, come ragazzi adolescenti che scoprono il mondo. La scelta di affrontare questa delicata tematica del paziente-persona attraverso dei personaggi giovani e adolescenti è una scelta che rende il messaggio ancora più potente. Ogni paziente ha diritto di essere preso in cura prima come persona e non come malato. La vera cura è quella che si prende a carico la persona, non semplicemente il suo stato di malattia, perché non è la malattia che va curata, ma la persona nel suo essere tale.
Note collaterali
Il film è ispirato al romanzo di John Green, il quale per il titolo si è ispirato all’opera Giulio Cesare di Shakespeare. In particolare il passaggio in cui Cassio dice a Bruto: «There is planty of fault in our stars. the world is a profoundly unjust place in which suffering is unfairly distributed».
La traduzione italiana dice: «La colpa, caro Bruto, non è delle nostre stelle, ma nostra, se siamo dei subalterni».
L’autore ha girato il senso della frase, tornando a dar la colpa alle stelle, ad un destino a volte troppo duro da accettare e al quale i protagonisti trovano modo di ribellarsi.
Recensioni
«Da un po’ di tempo è uso annunciare quasi ogni film come “attesissimo, ma in questo caso, il superlativo non dovrebbe essere lontano dalla verità. Il romanzo di John Green da cui Colpa delle stelle deriva è un successo planetario (occupa anche il vertice della classifica italiana dei più venduti); Vanity Fair dedica la copertina al giovanissimo protagonista; in America il film, costato una dozzina di milioni, ne ha raccolte tre centinaia. Pura operazione di marketing, basata su una variante di “cinema del dolore”? Il soggetto può farlo temere. La diciassettenne Mazel Grace ha un cancro incurabile alla tiroide e i suoi polmoni funzionano sempre peggio, obbligandola a respirare da una bombola d’ossigeno. Entrata riluttante in un gruppo di assistenza psicologica, la ragarza vi conosce Gus, poco più grande di lei, anche lui malato e che presto dichiara di amarla. Ciascuno a suo modo, entrambi sono appassionati di libri; lei, in particolare, è ossessionata da un romanzo intitolato An imperial affliction, di cui ha invano cercato di conoscere l’autore, Peter Van Houten. Gus riesce invece a raggiungere lo scrittore: Hazel Grace potrà incontrarlo ad Amsterdam, dove l’uomo vive in volontaria reclusione. Si parte con grandi aspettative. Però gli autori celebri non si mostrano necessariamente all’altezza dei loro libri; e invece il ragazzo le è sempre accanto, con la sua offerta d’amore. Tirate fuori i fazzoletti: ma una volta tanto per una buona causa. Anche chi non sopporta il “cancermovie”, filone di pellicole quasi sempre ricattatorie e farcite di pathos a comando, ammetterà probabilmente che questa è un’eccezione alla regola. Seguendo con fedeltà il romanzo di Green (il giovane scrittore americano è una web-star con milioni di fan, che Time ha inserito nella classifica delle cento persone più influenti dell’anno), la versione cinematografica alterna scene anche dure e dolorose (come quelle, in flashback, della malattia di Hazel) con tocchi di humour, affidati ai due giovani protagonisti e al loro simpaticissimo amico Isaac. Hazel e Gus, infatti, vivono un breve amore dove la malattia e la prospettiva della morte sono ben presenti; però sanno portare sulle cose uno sguardo pieno di fantasia e di passione. Da Romeo e Giulietta a Titanic, la letteratura e il cinema grondano di amori impossibili, estasi di un’unica notte, coppie con un solo sopravvissuto. Un sottofilone ben noto è quello del “cancer movie”, appunto: capostipite l’artiflcioso Love story, epigono tra gli altri- l’insopportabile Autumn in New York. Con simili premesse, c’era da tremare al pensiero che ciò che il film avrebbe potuto essere. E invece, nella screenplay dagli sceneggiatori della commedia romantica 500 giorni insieme, Scott Neustadter e Michael H. Weber, la storia si riveste di una grazia e di una lievità inaspettate cui è difficile restare indifferenti. Non che il film sia perfetto: è un po’ troppo lungo, soprattutto nei risvolti turistici dell’episodio di Amsterdam (che comunque ha i suoi perché: la visita a Van Houten, quella alla casa-museo di Anna Frank). I protagonisti sono Shailene Woodley (era la figlia maggiore di George Clooney in Paradiso amaro) e Ansel Elgort, visti entrambi nel blockbuster fantascientifico Divergent, supportati da veterani come Laura Dern (la madre) e Willem Defoe (il cinico scrittore “cult” in simil Thomas Pynchon). Se poi i più duri e puri tra gli adepti della verosimiglianza obietteranno che difficilmente dei malati terminali potrebbero essere così belli e amabili, sarà bene ricordare loro che si tratta di cinema».
(Roberto Nepoti, La Repubblica, 7 settembre 2014)
Martina Malacrida Nembrini
30 gennaio 2021
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Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.