Da tempo sento parlare di Helen Humphreys, scrittrice e poetessa canadese che in Italia è pubblicata dalla piccola casa editrice indipendente Playground. Tuttavia, è stato solo con questo suo ultimo romanzo, intitolato Bill, che finalmente mi sono decisa a leggere qualcosa di suo… e meno male che l’ho fatto! La narrazione prende il via nel 1947, nella piatta provincia canadese del Saskatchewan, raccontandoci di un’amicizia tra il ragazzino dodicenne Leonard e il vagabondo del paese Bill. In realtà, s’intuisce in fretta che questo è solo lo spunto di partenza di una vicenda che, con alcuni salti temporali (si arriva fino al 1970), toccherà i momenti più tragici delle vite dei due protagonisti.
Come spesso capita in queste recensioni, preferisco non raccontarvi altro della trama. Il libro è ricco di colpi di scena e mi piacerebbe che questi provocassero in voi lo stesso effetto sorpresa che hanno avuto in me. Aggiungo solo che nel romanzo (ispirato a fatti realmente accaduti) si parla anche di psichiatria e che viene descritto, senza complicazioni tecniche che avrebbero appesantito la narrazione, l’utilizzo sperimentale dell’LSD da parte dei medici dell’ospedale di Weyburn, negli anni Cinquanta.
Insomma, Bill è un libro che mi è piaciuto moltissimo, nel quale la Humphreys, con una prosa elegante, riesce ad intrecciare sapientemente il racconto delle vicende con le descrizioni dei luoghi e a portarci all’interno del personaggio di Leonard (io narrante) e delle sue profonde inquietudini in maniera magistrale.
Perché leggerlo?
Perché è un libro profondo, ma che, a differenza di testi più complessi che si occupano delle medesime tematiche (bullismo, violenza domestica, malattia mentale, rieducazione e reintegrazione nella società), si divora in poche ore, senza mai riuscire a staccarsi dalle pagine.
Una citazione dal libro
«C’è sempre un luogo fuori dalla storia, da dove questa stessa storia viene raccontata. Non può essere narrata da dentro. Come potrebbe? Deve essersi conclusa prima che si possa raccontare […] Ma capita che in una storia ci siano momenti che possono funzionare da finale, che lo sembrino. E i momenti in cui Bill mi ha lasciato dormire, e ha pronunciato quelle parole, «Bado io a te», mi sono sembrati proprio questo, una conclusione: la giusta conclusione, almeno per me».
Federica Merlo
30 dicembre 2020
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.