In quest’opera l’autore si immedesima nel dio Dioniso, personaggio che incarna l’indole passionale in cui Caravaggio si riconosceva. Tuttavia il pittore si trovava in una fase di debolezza e malattia, infatti era stato vittima del calcio di un cavallo che lo aveva costretto a una convalescenza ospedaliera nell’ospeale della Consolazione. Il fatto lo aveva portato a riflettere sulla condizione umana, sempre in bilico tra salute e malattia, vigore e debolezza, spirito entusiastico e malinconia. In questo autoritratto Caravaggio ritrae Bacco con le labbra livide, il volto magro e pallido, ma con una corona di edera sul capo: questa pianta, da sempre simbolo di Dioniso, è segno di protezione e augurio di buon auspicio.
Il dipinto non solo è ben augurante, ma esprime la consapevolezza della fragilità umana.
Il periodo della degenza, quel periodo dedicato alla cura, diventa spesso un periodo di riflessione, dove a volte si rivedono le proprie priorità, si rivalutano i propri valori o addirittura crollano certezze fino ad allora solide.
Caravaggio nel suo autoritratto allegorico ritrae proprio questo. C’è tutta la fragilità del momento, la sua vulnerabilità fisica e psichica, ma anche la sua speranza e desiderio di vita e per dircelo usa il linguaggio che meglio conosce: quello della pittura.
L’arte di nuovo come mezzo di cura: mettere la propria condizione di malattia su tela, quasi ad esorcizzarla, ma anche per prenderne coscienza; primo passo per iniziare il proprio percorso di cura.
1 novembre 2021
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.