Sullo scaffale
Libri

Consigli di lettura, spunti di riflessione, recensioni di libri e film raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.

Tutti i bambini tranne uno
Tutti i bambini tranne uno
Philippe Forest
Fandango, Roma, 2018
Philippe Forest
Fandango, Roma, 2018

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?! Quello che invece credo abbia senso indicare a chi volesse, come ho fatto io, portare a termine una lettura così profonda e straziante è che le pagine di questo libro, nate dal dolore, sono pagine in cui il dolore stesso non viene mai descritto per trovare salvezza (per Forest non c’è potere terapeutico nella scrittura) o per pietismo, ma per tentare di comprenderlo. Lo scrittore si mette accanto alla sua sofferenza e cerca, attraverso il filtro della scrittura, di rivoltarla, di torcerla, di spremerla nel tentativo di darle un senso. 

Perché leggerlo? Perché Forest si distanzia anni luce dalle molte narrazioni in cui il dolore personale viene usato per creare un’empatia effimera che, però, a mio avviso, una volta riposto il libro lascia al lettore poco o niente. Inoltre, lo scrittore francese è un gigante (leggete la nota a fine libro scritta dalla sua traduttrice italiana Gabriella Bosco... è illuminante!), ed è capace di scomodare mostri sacri quali Hugo, Mallarmé e il Barrie di Peter Pan (Wendy diventa quasi alter ego della piccola Pauline in alcuni passaggi) utilizzandoli come nobilissimi strumenti per quella costante analisi della sofferenza che permea ogni pagina. In ultimo, perché e credetemi, in questo libro troverete anche tanto, tantissimo, amore. 

Una citazione dal libro: «Ormai gli agonizzanti non esalano più l’ultimo respiro. Una lunga lingua di plastica scende nella loro gola passando per le narici […]. Respirano così, assistiti e incapaci del minimo suono. La tecnica batte in velocità il desiderio di dire dei vivi. Tutt’a un tratto è troppo tardi. Non è ancora la morte ma, fuori del sonno comatoso, è già il silenzio». 

Federica Merlo

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?! Quello che invece credo abbia senso indicare a chi volesse, come ho fatto io, portare a termine una lettura così profonda e straziante è che le pagine di questo libro, nate dal dolore, sono pagine in cui il dolore stesso non viene mai descritto per trovare salvezza (per Forest non c’è potere terapeutico nella scrittura) o per pietismo, ma per tentare di comprenderlo. Lo scrittore si mette accanto alla sua sofferenza e cerca, attraverso il filtro della scrittura, di rivoltarla, di torcerla, di spremerla nel tentativo di darle un senso. 

Perché leggerlo? Perché Forest si distanzia anni luce dalle molte narrazioni in cui il dolore personale viene usato per creare un’empatia effimera che, però, a mio avviso, una volta riposto il libro lascia al lettore poco o niente. Inoltre, lo scrittore francese è un gigante (leggete la nota a fine libro scritta dalla sua traduttrice italiana Gabriella Bosco... è illuminante!), ed è capace di scomodare mostri sacri quali Hugo, Mallarmé e il Barrie di Peter Pan (Wendy diventa quasi alter ego della piccola Pauline in alcuni passaggi) utilizzandoli come nobilissimi strumenti per quella costante analisi della sofferenza che permea ogni pagina. In ultimo, perché e credetemi, in questo libro troverete anche tanto, tantissimo, amore. 

Una citazione dal libro: «Ormai gli agonizzanti non esalano più l’ultimo respiro. Una lunga lingua di plastica scende nella loro gola passando per le narici […]. Respirano così, assistiti e incapaci del minimo suono. La tecnica batte in velocità il desiderio di dire dei vivi. Tutt’a un tratto è troppo tardi. Non è ancora la morte ma, fuori del sonno comatoso, è già il silenzio». 

Federica Merlo

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?!

Sommario visibile
Carnaio
Carnaio
Giulio Cavalli
Fandango, Roma, 2018
Giulio Cavalli
Fandango, Roma, 2018

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello. In Carnaio, che è a tutti gli effetti un romanzo distopico, siamo a DF (citazione del Distrito Federal di Roberto Bolaño) un paese qualsiasi dell’Italia meridionale affacciato sulla costa, nel quale da un giorno all’altro iniziano ad arrivare ondate di corpi morti, tutti uguali. Senza che nessuno ricerchi l’origine e la causa di questo fenomeno, i cittadini si danno da fare per trasformare questo dramma in opportunità economica, usando i corpi in modi parecchio eccentrici. Tale operato susciterà l’intervento da parte dello Stato che, tuttavia, innescherà un processo di isolamento estremo degli abitanti di DF guidati dal loro sindaco (con chiusura delle frontiere, utilizzo di armi per difendere i confini, cittadinanze concesse soltanto agli autoctoni ed espulsione di giornalisti) e porterà il paese a chiudersi in una vera e propria bolla di plexiglas. 

In risposta a una domanda sul tema di Carnaio durante un’intervista, Cavalli ha detto che il libro non parla tanto di immigrazione ma si concentra piuttosto sulla disumanizzazione che questa ha prodotto negli anni recenti su chi accoglie, sul «popolo spaventato». Un’altra caratterista peculiare che rende questo libro uno dei migliori romanzi di genere usciti nel panorama letterario italiano negli ultimi anni è sicuramente la forza della lingua utilizzata che, grazie alle doti dello scrittore «fluisce con naturalezza all’interno di architetture complesse […] impreziosita da espressioni ingegnose e parole rare» (D. Sinfonico, La balena bianca, 2019).

Perché leggerlo? Perché ci spiega cosa succede quando, per proteggere il nostro operato, spostiamo l’etica «un po’ più in là» e decidiamo che quello che ieri «non era giusto» oggi «giusto», purtroppo, lo diventa.

Una citazione dal libro: «Quando se ne va l’umanità, anche il vero diventa un lusso: non è per ignoranza, come potrebbe sembrare, ma per un rimescolamento avvelenato delle priorità. Il trucco, mamma, sta nel convincere le persone che esista qualcosa di altro da proteggere […] e che tutto il resto sia terribilmente poco importante». 

Federica Merlo

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello. In Carnaio, che è a tutti gli effetti un romanzo distopico, siamo a DF (citazione del Distrito Federal di Roberto Bolaño) un paese qualsiasi dell’Italia meridionale affacciato sulla costa, nel quale da un giorno all’altro iniziano ad arrivare ondate di corpi morti, tutti uguali. Senza che nessuno ricerchi l’origine e la causa di questo fenomeno, i cittadini si danno da fare per trasformare questo dramma in opportunità economica, usando i corpi in modi parecchio eccentrici. Tale operato susciterà l’intervento da parte dello Stato che, tuttavia, innescherà un processo di isolamento estremo degli abitanti di DF guidati dal loro sindaco (con chiusura delle frontiere, utilizzo di armi per difendere i confini, cittadinanze concesse soltanto agli autoctoni ed espulsione di giornalisti) e porterà il paese a chiudersi in una vera e propria bolla di plexiglas. 

In risposta a una domanda sul tema di Carnaio durante un’intervista, Cavalli ha detto che il libro non parla tanto di immigrazione ma si concentra piuttosto sulla disumanizzazione che questa ha prodotto negli anni recenti su chi accoglie, sul «popolo spaventato». Un’altra caratterista peculiare che rende questo libro uno dei migliori romanzi di genere usciti nel panorama letterario italiano negli ultimi anni è sicuramente la forza della lingua utilizzata che, grazie alle doti dello scrittore «fluisce con naturalezza all’interno di architetture complesse […] impreziosita da espressioni ingegnose e parole rare» (D. Sinfonico, La balena bianca, 2019).

Perché leggerlo? Perché ci spiega cosa succede quando, per proteggere il nostro operato, spostiamo l’etica «un po’ più in là» e decidiamo che quello che ieri «non era giusto» oggi «giusto», purtroppo, lo diventa.

Una citazione dal libro: «Quando se ne va l’umanità, anche il vero diventa un lusso: non è per ignoranza, come potrebbe sembrare, ma per un rimescolamento avvelenato delle priorità. Il trucco, mamma, sta nel convincere le persone che esista qualcosa di altro da proteggere […] e che tutto il resto sia terribilmente poco importante». 

Federica Merlo

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello.

Sommario visibile
Le gratitudini
Le gratitudini
Delphine De Vigan
Einaudi, Milano, 2020
Delphine De Vigan
Einaudi, Milano, 2020

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole. Per questo motivo e per via di qualche altro intoppo nelle attività quotidiane, Michka vede venir meno la sua autonomia ed è costretta a trasferirsi, nonostante sarebbe rimasta volentieri nel suo accogliente appartamento parigino, in una residenza per anziani. Accanto alla protagonista e molto legati ad essa, ci sono nel libro altri due personaggi importanti: Marie, l’ex vicina di casa di cui l’anziana signora è stata quasi una seconda madre e Jérôme, l’ortofonista che cura le sue parole «birichine». A di là di alcune brevi parti narrate, il libro è composto per la stragrande maggioranza da dialoghi. Piacevole la scelta della De Vigan di alternare capitoli in cui ora Marie, ora Jérôme ci raccontano Michka e chiacchierano con lei. I botta-e-risposta sono spesso divertenti e ricchi di piccoli strafalcioni dell’anziana signora che rendono un «grazie» un «gratis» e un «va bene» un «fa pena». Nonostante tratti temi complessi e molto attuali quali l’invecchiamento e le malattie neurodegenerative che colpiscono l’anziano, la De Vigan (considerata in patria una «scrittrice sociale» per via degli argomenti presenti nella sua precedente produzione tra cui anoressia, mobbing e precarietà sul posto di lavoro, suicidio, senzatetto etc.) ci presenta il tutto con grande semplicità e dolcezza, pur lasciando nel lettore molti spunti di riflessione profondi ed esistenziali («Possiamo rallentare le cose, ma non possiamo fermarle», «Invecchiare è imparare a perdere [...]. Ecco quello che vedo io»). 

Perché leggerlo? Per rispondere alla domanda che ci viene posta nell’incipit: «vi siete mai chiesti quante volte al giorno dite grazie?» e ritrovare il valore della gratitudine. 

Una citazione dal libro: « – Perché dice le “persone anziane”? Dovrebbe dire “i vecchi”. È bello, “i vecchi”. Ha il merito di essere fiero e tondo. Lei dice “i giovani”, no? Non “le persone giovani” – Ha ragione. Dà importanza alle parole, Michka, mi fa piacere».

Federica Merlo

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole. Per questo motivo e per via di qualche altro intoppo nelle attività quotidiane, Michka vede venir meno la sua autonomia ed è costretta a trasferirsi, nonostante sarebbe rimasta volentieri nel suo accogliente appartamento parigino, in una residenza per anziani. Accanto alla protagonista e molto legati ad essa, ci sono nel libro altri due personaggi importanti: Marie, l’ex vicina di casa di cui l’anziana signora è stata quasi una seconda madre e Jérôme, l’ortofonista che cura le sue parole «birichine». A di là di alcune brevi parti narrate, il libro è composto per la stragrande maggioranza da dialoghi. Piacevole la scelta della De Vigan di alternare capitoli in cui ora Marie, ora Jérôme ci raccontano Michka e chiacchierano con lei. I botta-e-risposta sono spesso divertenti e ricchi di piccoli strafalcioni dell’anziana signora che rendono un «grazie» un «gratis» e un «va bene» un «fa pena». Nonostante tratti temi complessi e molto attuali quali l’invecchiamento e le malattie neurodegenerative che colpiscono l’anziano, la De Vigan (considerata in patria una «scrittrice sociale» per via degli argomenti presenti nella sua precedente produzione tra cui anoressia, mobbing e precarietà sul posto di lavoro, suicidio, senzatetto etc.) ci presenta il tutto con grande semplicità e dolcezza, pur lasciando nel lettore molti spunti di riflessione profondi ed esistenziali («Possiamo rallentare le cose, ma non possiamo fermarle», «Invecchiare è imparare a perdere [...]. Ecco quello che vedo io»). 

Perché leggerlo? Per rispondere alla domanda che ci viene posta nell’incipit: «vi siete mai chiesti quante volte al giorno dite grazie?» e ritrovare il valore della gratitudine. 

Una citazione dal libro: « – Perché dice le “persone anziane”? Dovrebbe dire “i vecchi”. È bello, “i vecchi”. Ha il merito di essere fiero e tondo. Lei dice “i giovani”, no? Non “le persone giovani” – Ha ragione. Dà importanza alle parole, Michka, mi fa piacere».

Federica Merlo

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole.

Sommario visibile
Brevemente risplendiamo sulla terra
Brevemente risplendiamo sulla terra
Ocean Vuong
La nave di Teseo, Milano, 2020
Ocean Vuong
La nave di Teseo, Milano, 2020

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot). Vuong, che nel 1990 si è trasferito negli Stati Uniti e si è formato grazie a professori del calibro di Ben Lerner, ha scritto un libro sperimentale e poetico, ricco di influssi autobiografici. A livello di struttura, si tratta di una lunga lettera scritta da un figlio, «Little Dog» (come Vuong viene chiamato nel libro), alla madre Rose, la quale, tuttavia, non sa leggere. Questo rende il testo, in realtà, un prolungato racconto interiore dell’autore, denso di meditazioni di tipo quasi saggistico e sezioni poetiche al limite del componimento in versi. Tre sono gli aspetti che caratterizzano fortemente questo memoir. Il primo, è l’incredibile molteplicità di temi che Voung riesce a trattare (la memoria, il fallimento dell’integrazione degli immigrati, l’amore omosessuale, la violenza domestica, le armi, il disturbo post-traumatico da stress, l’abuso di ossicodone che devasta negli Stati Uniti le classi sociali meno abbienti), il secondo è l’utilizzo, come spesso avviene anche nelle sue poesie, di immagini tratte dal regno animale (molto evocativa è quella iniziale della migrazione delle farfalle monarca verso sud) e il terzo, che a mio modo di vedere risulta essere anche il più interessante e riuscito, sono le riflessioni sul senso della scrittura e della parola «[…] invidio le parole per essere capaci di fare quello che noi non sappiamo mai fare, sono capaci di dire tutto di sé rimanendosene ferme e basta, essendo e basta».

Perché leggerlo? Facile… perché è leggere poesia!

Una citazione dal libro: «A volte, quando non ci penso troppo, mi viene in mente che una ferita è anche il punto in cui la carne rincontra se stessa, chiedendo all’altra estremità: dove sei stata?».

Federica Merlo

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot). Vuong, che nel 1990 si è trasferito negli Stati Uniti e si è formato grazie a professori del calibro di Ben Lerner, ha scritto un libro sperimentale e poetico, ricco di influssi autobiografici. A livello di struttura, si tratta di una lunga lettera scritta da un figlio, «Little Dog» (come Vuong viene chiamato nel libro), alla madre Rose, la quale, tuttavia, non sa leggere. Questo rende il testo, in realtà, un prolungato racconto interiore dell’autore, denso di meditazioni di tipo quasi saggistico e sezioni poetiche al limite del componimento in versi. Tre sono gli aspetti che caratterizzano fortemente questo memoir. Il primo, è l’incredibile molteplicità di temi che Voung riesce a trattare (la memoria, il fallimento dell’integrazione degli immigrati, l’amore omosessuale, la violenza domestica, le armi, il disturbo post-traumatico da stress, l’abuso di ossicodone che devasta negli Stati Uniti le classi sociali meno abbienti), il secondo è l’utilizzo, come spesso avviene anche nelle sue poesie, di immagini tratte dal regno animale (molto evocativa è quella iniziale della migrazione delle farfalle monarca verso sud) e il terzo, che a mio modo di vedere risulta essere anche il più interessante e riuscito, sono le riflessioni sul senso della scrittura e della parola «[…] invidio le parole per essere capaci di fare quello che noi non sappiamo mai fare, sono capaci di dire tutto di sé rimanendosene ferme e basta, essendo e basta».

Perché leggerlo? Facile… perché è leggere poesia!

Una citazione dal libro: «A volte, quando non ci penso troppo, mi viene in mente che una ferita è anche il punto in cui la carne rincontra se stessa, chiedendo all’altra estremità: dove sei stata?».

Federica Merlo

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot).

Sommario visibile
Il dono oscuro
Il dono oscuro
John M. Hull
Adelphi, Milano, 2019
John M. Hull
Adelphi, Milano, 2019

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco. L'autore infatti descrive (registrò su cassette) senza una vera concatenazione o direzione di senso ed in forma diaristica, alcuni degli eventi più significativi degli anni che seguirono la sua perdita totale della vista, dal 1983 al 1986. Sono pagine che scorrono alternando momenti di dolore e smarrimento ad attimi di gioia e speranza, ma non solo. Ritengo siano gli aspetti più filosofici (interrogativi spesso lasciati senza risposte e per questo ancora più coinvolgenti per il lettore, chiamato a pensare e darsi le proprie di risposte), quelli più riflessivi sulla fede e quelli meramente pratici (un lavoro a cui pensare, i figli, la moglie) quello che rende questo testo diverso da altre più classiche e lineari autobiografie narrative scritte da persone malate.

Perché leggerlo? Perché ci sono dei pensieri, piccoli capolavori, in cui John Hull descrive la pioggia che vi faranno apprezzare anche il «prenderla tutta» durante un temporale o nelle giornate più uggiose.

Una citazione dal libro: «I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza. Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni. Queste fughe sono un vero momento di felicità».

Federica Merlo

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco. L'autore infatti descrive (registrò su cassette) senza una vera concatenazione o direzione di senso ed in forma diaristica, alcuni degli eventi più significativi degli anni che seguirono la sua perdita totale della vista, dal 1983 al 1986. Sono pagine che scorrono alternando momenti di dolore e smarrimento ad attimi di gioia e speranza, ma non solo. Ritengo siano gli aspetti più filosofici (interrogativi spesso lasciati senza risposte e per questo ancora più coinvolgenti per il lettore, chiamato a pensare e darsi le proprie di risposte), quelli più riflessivi sulla fede e quelli meramente pratici (un lavoro a cui pensare, i figli, la moglie) quello che rende questo testo diverso da altre più classiche e lineari autobiografie narrative scritte da persone malate.

Perché leggerlo? Perché ci sono dei pensieri, piccoli capolavori, in cui John Hull descrive la pioggia che vi faranno apprezzare anche il «prenderla tutta» durante un temporale o nelle giornate più uggiose.

Una citazione dal libro: «I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza. Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni. Queste fughe sono un vero momento di felicità».

Federica Merlo

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco.
Sommario visibile
L'esercizio
L'esercizio
Claudia Petrucci
La nave di Teseo, Milano, 2020
Claudia Petrucci
La nave di Teseo, Milano, 2020

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa. La recitazione, che il maestro le ripropone e che in passato era stata per lei un’ancora di salvataggio in momenti terribilmente bui, riaccende Giorgia portandola, però, all’«esplosione». Da sempre infatti tiene nascosta a Filippo una diagnosi di schizofrenia paranoide che, violentemente slatentizzata da una pièce teatrale che si appresta a interpretare per la prima volta, la costringerà ad un ricovero coatto in una clinica psichiatrica per un anno. A questo punto Filippo e Mauro, prima complici e poi avversari, si ritroveranno ad assisterla e soltanto un «esercizio» (da qui il titolo del libro) perverso che porta i due a scrivere il copione della nuova vita di Giorgia, sarà la terapia che la farà riemergere dallo stato catatonico… molto, molto, cambiata. «Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo». In questo testo, che a tutti gli effetti possiamo definire un dramma romantico ricco di momenti ambigui e di un erotismo sottile e potente, Claudia Petrucci è stata capace di costruire, intrecciando con grande maestria il teatro e la malattia mentale (la scrittrice si è fatta aiutare da un medico per descrivere al meglio i sintomi e segni clinici della schizofrenia), una storia sul potere che ha la scrittura di fare e disfare mondi, personaggi e… persone.

Perché leggerlo? Perché è un esordio di una giovane scrittrice, classe 1990, che dimostra grandi capacità di scrittura (era da un po' che non leggevo dialoghi con questo ritmo!) e per l’originalità della trama, indubbiamente geniale.

Una citazione dal libro: «“Penso che lei facesse come facciamo tutti” dico, iniziando uno scarabocchio. “Quello che facciamo tutti è diverso dall’essere sinceri. È selezionare le verità accettabili”».

Federica Merlo

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa. La recitazione, che il maestro le ripropone e che in passato era stata per lei un’ancora di salvataggio in momenti terribilmente bui, riaccende Giorgia portandola, però, all’«esplosione». Da sempre infatti tiene nascosta a Filippo una diagnosi di schizofrenia paranoide che, violentemente slatentizzata da una pièce teatrale che si appresta a interpretare per la prima volta, la costringerà ad un ricovero coatto in una clinica psichiatrica per un anno. A questo punto Filippo e Mauro, prima complici e poi avversari, si ritroveranno ad assisterla e soltanto un «esercizio» (da qui il titolo del libro) perverso che porta i due a scrivere il copione della nuova vita di Giorgia, sarà la terapia che la farà riemergere dallo stato catatonico… molto, molto, cambiata. «Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo». In questo testo, che a tutti gli effetti possiamo definire un dramma romantico ricco di momenti ambigui e di un erotismo sottile e potente, Claudia Petrucci è stata capace di costruire, intrecciando con grande maestria il teatro e la malattia mentale (la scrittrice si è fatta aiutare da un medico per descrivere al meglio i sintomi e segni clinici della schizofrenia), una storia sul potere che ha la scrittura di fare e disfare mondi, personaggi e… persone.

Perché leggerlo? Perché è un esordio di una giovane scrittrice, classe 1990, che dimostra grandi capacità di scrittura (era da un po' che non leggevo dialoghi con questo ritmo!) e per l’originalità della trama, indubbiamente geniale.

Una citazione dal libro: «“Penso che lei facesse come facciamo tutti” dico, iniziando uno scarabocchio. “Quello che facciamo tutti è diverso dall’essere sinceri. È selezionare le verità accettabili”».

Federica Merlo

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa.
Sommario visibile
Frankissstein. Una storia d’amore
Frankissstein. Una storia d’amore
Jeanette Winterson
Mondadori, Milano, 2019
Jeanette Winterson
Mondadori, Milano, 2019

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro. La Winterson, in un’intervista su «La Lettura» del «Corriere della Sera», pubblicata in occasione dell’uscita della traduzione italiana nel novembre 2019, dice che il suo racconto è un «avvertimento su quello che succede quando creiamo nuove forme di vita sulla Terra e rappresenta quello che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un giorno: una nuova forma di vita». Tuttavia, il testo è denso di altri temi, tutti molto attuali, e che, anche grazie alla forma romanzo e alla capacità di scrittura dell’autrice, scivolano nella mente del lettore senza alcuna imposizione di giudizio. Ci sono la questione di genere, c’è l’omofobia, c’è la tecnocrazia e poi c’è anche e soprattutto l’amore. Amore che, una volta chiuso il libro, dopo una sensazione di spaesamento costante (attenzione, non è un romanzo per tutti!) sembra essere l’unico «trait d’union» tra passato, presente e, forse, futuro dell’umanità̀. E allora ecco anche spiegato perché questo Frankissstein, ha scritto in copertina: una storia d’amore.

Perché leggerlo? Banalmente… perché libri richiamano libri e questo fa venire una voglia matta di prendere, o per molti riprendere, in mano il Frankenstein della Shelley (vale la pena ricordare che quel capolavoro fu scritto tra il 1816 e il 1817, quando la Shelley aveva diciannove anni!). 

Una citazione dal libro: «Che cos’è dunque la realtà. Le menti migliori si sono sempre poste questa domanda. E io non ho una risposta. Quello che posso dire è che la coscienza sembra essere una proprietà emergente della funzione cerebrale, anche se non possiamo localizzarne la sede biologica, essendo sfuggente quanto quella dell’anima. Ma nessuno dubita che la coscienza esista, come non dubitiamo che, al momento, l’intelligenza artificiale non sia dotata di consapevolezza. Forse, dunque, anche la realtà è una proprietà emergente: esiste, ma non è il fatto materiale che noi crediamo che sia».

Federica Merlo

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro. La Winterson, in un’intervista su «La Lettura» del «Corriere della Sera», pubblicata in occasione dell’uscita della traduzione italiana nel novembre 2019, dice che il suo racconto è un «avvertimento su quello che succede quando creiamo nuove forme di vita sulla Terra e rappresenta quello che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un giorno: una nuova forma di vita». Tuttavia, il testo è denso di altri temi, tutti molto attuali, e che, anche grazie alla forma romanzo e alla capacità di scrittura dell’autrice, scivolano nella mente del lettore senza alcuna imposizione di giudizio. Ci sono la questione di genere, c’è l’omofobia, c’è la tecnocrazia e poi c’è anche e soprattutto l’amore. Amore che, una volta chiuso il libro, dopo una sensazione di spaesamento costante (attenzione, non è un romanzo per tutti!) sembra essere l’unico «trait d’union» tra passato, presente e, forse, futuro dell’umanità̀. E allora ecco anche spiegato perché questo Frankissstein, ha scritto in copertina: una storia d’amore.

Perché leggerlo? Banalmente… perché libri richiamano libri e questo fa venire una voglia matta di prendere, o per molti riprendere, in mano il Frankenstein della Shelley (vale la pena ricordare che quel capolavoro fu scritto tra il 1816 e il 1817, quando la Shelley aveva diciannove anni!). 

Una citazione dal libro: «Che cos’è dunque la realtà. Le menti migliori si sono sempre poste questa domanda. E io non ho una risposta. Quello che posso dire è che la coscienza sembra essere una proprietà emergente della funzione cerebrale, anche se non possiamo localizzarne la sede biologica, essendo sfuggente quanto quella dell’anima. Ma nessuno dubita che la coscienza esista, come non dubitiamo che, al momento, l’intelligenza artificiale non sia dotata di consapevolezza. Forse, dunque, anche la realtà è una proprietà emergente: esiste, ma non è il fatto materiale che noi crediamo che sia».

Federica Merlo

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro.

Sommario visibile
La traversata
La traversata
Philippe Lançon
Edizioni e/o, Roma, 2020
Philippe Lançon
Edizioni e/o, Roma, 2020

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano. Soprattutto, un’altra, gli disintegra la parte bassa del viso, lasciandolo con un buco nella mandibola destra, con brandelli di labbro inferiore e senza denti. Tuttavia, se vi aspettate di leggere la cronaca di uno dei più significativi momenti della storia di questo secolo, siete fuori strada. La traversata è il racconto, «letterariamente formidabile» (Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 27 gennaio 2020) di un’odissea fatta di numerosi interventi di chirurgia plastica, di una lunghissima riabilitazione e di come, attorno a tutto ciò, ci sia sempre e comunque un mondo fatto di rapporti umani con parenti, amori, amici, personale di cura e con lo stato sotto forma, in questo caso, di guardie della scorta ma anche di politici importanti (splendido è il racconto dell’incontro con l’allora presidente della repubblica François Hollande). Sarebbe stato facile far prevalere la rabbia, il lamento, la disperazione. Forse, sarebbe stato anche giusto fare la vittima. Ma no, Philippe Lançon è un gigantesco intellettuale e nonostante sia privato della parola, si danna a cercare costantemente un nuovo senso a ciò che lo circonda.

Perché leggerlo? Perché è già un classico della letteratura. Inoltre, e forse in maniera inaspettata, è pieno zeppo di citazioni letterarie, di sarcasmo e di… Parigi. Evitate l’e-book. La copertina del curatissimo formato cartaceo, scelta da Edizioni e/o, è Rosso Plastica, un’opera del 1964 dell’artista (fu anche medico) Alberto Burri. Splendida e drammaticamente evocativa.

Una citazione dal libro: «Il mio stato mentale non se la passa meglio. Emergo da due mesi di cure intensive come da un lungo sogno, con i postumi di trentasei sbornie contemporaneamente. Il momento delicato, dottore, è quello in cui il paziente riprende coscienza del corpo trasformato nel mondo vivo che lo circonda. È allora che comincia davvero a rinascere, e la rinascita, che fin qui si è manifestata con shock fisici di una violenza quasi magica, si accompagna ormai a una certa tristezza: lascio il ciclo delle caldaie dell’inferno per entrare nel bagno freddo del purgatorio, che non è migliore. Piango sulla vita perduta, sulla vita futura, sulla vita oscura, ma lei non mi vedrà piangere. Ecco a che punto sono, dottore. Vedo che prende appunti, bene. Ma basterà?».

Federica Merlo

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano. Soprattutto, un’altra, gli disintegra la parte bassa del viso, lasciandolo con un buco nella mandibola destra, con brandelli di labbro inferiore e senza denti. Tuttavia, se vi aspettate di leggere la cronaca di uno dei più significativi momenti della storia di questo secolo, siete fuori strada. La traversata è il racconto, «letterariamente formidabile» (Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 27 gennaio 2020) di un’odissea fatta di numerosi interventi di chirurgia plastica, di una lunghissima riabilitazione e di come, attorno a tutto ciò, ci sia sempre e comunque un mondo fatto di rapporti umani con parenti, amori, amici, personale di cura e con lo stato sotto forma, in questo caso, di guardie della scorta ma anche di politici importanti (splendido è il racconto dell’incontro con l’allora presidente della repubblica François Hollande). Sarebbe stato facile far prevalere la rabbia, il lamento, la disperazione. Forse, sarebbe stato anche giusto fare la vittima. Ma no, Philippe Lançon è un gigantesco intellettuale e nonostante sia privato della parola, si danna a cercare costantemente un nuovo senso a ciò che lo circonda.

Perché leggerlo? Perché è già un classico della letteratura. Inoltre, e forse in maniera inaspettata, è pieno zeppo di citazioni letterarie, di sarcasmo e di… Parigi. Evitate l’e-book. La copertina del curatissimo formato cartaceo, scelta da Edizioni e/o, è Rosso Plastica, un’opera del 1964 dell’artista (fu anche medico) Alberto Burri. Splendida e drammaticamente evocativa.

Una citazione dal libro: «Il mio stato mentale non se la passa meglio. Emergo da due mesi di cure intensive come da un lungo sogno, con i postumi di trentasei sbornie contemporaneamente. Il momento delicato, dottore, è quello in cui il paziente riprende coscienza del corpo trasformato nel mondo vivo che lo circonda. È allora che comincia davvero a rinascere, e la rinascita, che fin qui si è manifestata con shock fisici di una violenza quasi magica, si accompagna ormai a una certa tristezza: lascio il ciclo delle caldaie dell’inferno per entrare nel bagno freddo del purgatorio, che non è migliore. Piango sulla vita perduta, sulla vita futura, sulla vita oscura, ma lei non mi vedrà piangere. Ecco a che punto sono, dottore. Vedo che prende appunti, bene. Ma basterà?».

Federica Merlo

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano.

Sommario visibile
Malintesi
Malintesi
Bertrand Leclair
Quodlibet, Macerata, 2019
Bertrand Leclair
Quodlibet, Macerata, 2019

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia. E’ la storia di Julien, nato sordo negli anni Sessanta nella provincia Francese ed educato, suo malgrado, secondo il metodo «oralista»: logopedia, apparecchi acustici (non le tecnologie attuali!), e soprattutto nessun contatto con la lingua dei segni. A diciotto anni solo la sua fuga alla volta di Parigi, tra attivisti sordi e militanti gay, gli permetterà di impararla. Sarà questa la nuova libertà di Julien, non solo di espressione ma anche da un padre conservatore che si ostinava a volerlo «guarire» e da una madre succube e connivente, incapace di qualsiasi ribellione ai metodi educativi imposti dal capofamiglia. Ma la bellezza del romanzo sta anche nell’incastro di altri due elementi. Il primo è sicuramente la storia, sconosciuta ai più, dei sordi e della loro liberazione proprio attraverso la lingua dei segni, inventata nel periodo Illuminista e bandita in Europa per più di un secolo, dopo il Congresso di Milano del 1880. Il secondo è l’elemento metaletterario che fa sì che proprio l’autore stesso, padre a sua volta di una ragazza sorda, «entri» nel testo e si faccia coinvolgere dai suoi personaggi.

Perché leggerlo? Perché non solo è un testo delicato e scritto divinamente, ma anche perché invita a proseguire con altre letture sul tema. Per esempio, sempre di sordità, si parla in altri due recenti romanzi: La straniera di Claudia Durastanti (un’intervista all’autrice compare sul numero 44 della rMH) e Baco di Giacomo Sartori.

Una citazione dal libro: «[…] mentre le misere parole di noialtri somigliano più spesso a sassi da tirarsi in faccia che a pietre preziose da trasmettere come talismani ancestrali – eppure potrebbero esserlo. Anche con le mani, anche con gli occhi potremmo cercare di imparare, forse, a parlare d’amore».

Federica Merlo

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia. E’ la storia di Julien, nato sordo negli anni Sessanta nella provincia Francese ed educato, suo malgrado, secondo il metodo «oralista»: logopedia, apparecchi acustici (non le tecnologie attuali!), e soprattutto nessun contatto con la lingua dei segni. A diciotto anni solo la sua fuga alla volta di Parigi, tra attivisti sordi e militanti gay, gli permetterà di impararla. Sarà questa la nuova libertà di Julien, non solo di espressione ma anche da un padre conservatore che si ostinava a volerlo «guarire» e da una madre succube e connivente, incapace di qualsiasi ribellione ai metodi educativi imposti dal capofamiglia. Ma la bellezza del romanzo sta anche nell’incastro di altri due elementi. Il primo è sicuramente la storia, sconosciuta ai più, dei sordi e della loro liberazione proprio attraverso la lingua dei segni, inventata nel periodo Illuminista e bandita in Europa per più di un secolo, dopo il Congresso di Milano del 1880. Il secondo è l’elemento metaletterario che fa sì che proprio l’autore stesso, padre a sua volta di una ragazza sorda, «entri» nel testo e si faccia coinvolgere dai suoi personaggi.

Perché leggerlo? Perché non solo è un testo delicato e scritto divinamente, ma anche perché invita a proseguire con altre letture sul tema. Per esempio, sempre di sordità, si parla in altri due recenti romanzi: La straniera di Claudia Durastanti (un’intervista all’autrice compare sul numero 44 della rMH) e Baco di Giacomo Sartori.

Una citazione dal libro: «[…] mentre le misere parole di noialtri somigliano più spesso a sassi da tirarsi in faccia che a pietre preziose da trasmettere come talismani ancestrali – eppure potrebbero esserlo. Anche con le mani, anche con gli occhi potremmo cercare di imparare, forse, a parlare d’amore».

Federica Merlo

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia.

Sommario visibile
Febbre
Febbre
Jonathan Bazzi
Fandango, Roma, 2019
Jonathan Bazzi
Fandango, Roma, 2019

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso. Si tratta di un esordio bomba, nel quale il giovane scrittore Jonathan Bazzi ci fa conoscere non solo se stesso, la sua omosessualità e la sua malattia, l’HIV, ma anche la vita nella periferia povera di Milano, ed in particolare a Rozzano, dagli anni 90 ad oggi. L’autore, in una recente intervista, alla domanda «perché hai scritto questo libro?» ha risposto: «Rozzano e la mia sieropositività hanno delle cose in comune, così è nata l’idea di tenerle insieme e di raccontarle». Nel libro, che ha una struttura elegante a capitoli alternati con continui salti cronologici, si ha l’impressione che, non solo il luogo di origine, ma anche i personaggi che l’autore ci presenta – i genitori separati, i nonni coi quali è cresciuto e il suo compagno – siano entità assolutamente interconnesse l’una all’altra da cause ed effetti che hanno plasmato il Jonathan Bazzi, omosessuale, sieropositivo, filosofo e scrittore di oggi. E poi c’è l’HIV, l’HIV all’epoca degli antiretrovirali, l’HIV che non uccide più ma che… ecco!

Perché leggerlo? Per almeno tre motivi. Il primo: perchè parlare di sessualità e HIV oggi non deve essere scomodo ed infastidire la società e le istituzioni, come purtroppo ancora avviene. Secondo: perché la scelta stilistica di usare un linguaggio diretto e quasi colloquiale, che trascina il lettore a Rozzano risulta potente ed azzecatissima. Terzo: perché Jonathan Bazzi è un grande scrittore di cui sentiremo ancora parlare!

Una citazione dal libro: «Una morte non più imminente, ma che entra in gioco lo stesso come la presenza che deve essere scongiurata con esami, controlli, farmaci, stile di vita. È per lei che devo fare tutto quello che mi aspetta. È lì dietro l’angolo, d’ora in poi sempre pronta».

Federica Merlo

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso. Si tratta di un esordio bomba, nel quale il giovane scrittore Jonathan Bazzi ci fa conoscere non solo se stesso, la sua omosessualità e la sua malattia, l’HIV, ma anche la vita nella periferia povera di Milano, ed in particolare a Rozzano, dagli anni 90 ad oggi. L’autore, in una recente intervista, alla domanda «perché hai scritto questo libro?» ha risposto: «Rozzano e la mia sieropositività hanno delle cose in comune, così è nata l’idea di tenerle insieme e di raccontarle». Nel libro, che ha una struttura elegante a capitoli alternati con continui salti cronologici, si ha l’impressione che, non solo il luogo di origine, ma anche i personaggi che l’autore ci presenta – i genitori separati, i nonni coi quali è cresciuto e il suo compagno – siano entità assolutamente interconnesse l’una all’altra da cause ed effetti che hanno plasmato il Jonathan Bazzi, omosessuale, sieropositivo, filosofo e scrittore di oggi. E poi c’è l’HIV, l’HIV all’epoca degli antiretrovirali, l’HIV che non uccide più ma che… ecco!

Perché leggerlo? Per almeno tre motivi. Il primo: perchè parlare di sessualità e HIV oggi non deve essere scomodo ed infastidire la società e le istituzioni, come purtroppo ancora avviene. Secondo: perché la scelta stilistica di usare un linguaggio diretto e quasi colloquiale, che trascina il lettore a Rozzano risulta potente ed azzecatissima. Terzo: perché Jonathan Bazzi è un grande scrittore di cui sentiremo ancora parlare!

Una citazione dal libro: «Una morte non più imminente, ma che entra in gioco lo stesso come la presenza che deve essere scongiurata con esami, controlli, farmaci, stile di vita. È per lei che devo fare tutto quello che mi aspetta. È lì dietro l’angolo, d’ora in poi sempre pronta».

Federica Merlo

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso.
Sommario visibile

switcher