Pensieri

“Riconoscere la dignità dei pazienti non significa soltanto proteggere la vulnerabilità delle persone ma soprattutto rispettarne le loro volontà”

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

(parafrasando Antonio Gnoli)

La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

(parafrasando Antonio Gnoli)

La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

(parafrasando Antonio Gnoli)

La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.
La presa a carico di queste situazioni complesse comporta una “presa di decisione etica” che accompagnerà i pazienti fino alla loro morte, protetti dai loro curanti senza interventi inutilmente aggressivi, se non il doveroso supporto contro dolore, sofferenze e paure oppure, se del caso, interverranno, con il loro consenso, a sospendere le terapie che hanno perso ogni possibilità di migliorare il decorso biologico.
Trent’anni or sono, a Bellinzona, praticammo nel quotidiano quel che noi pensavamo dovesse essere uno “stile Medical Humanities”: lo realizzammo attraverso un reparto di “cure intense aperte”, cioè aperto alle visite dei famigliari e delle persone care al paziente giorno e notte, sempre. Fu una delle prime esperienze europee e fu di grandissimo insegnamento per tutti i curanti, infermiere e medici: imparammo a comunicare le “cose difficili” riguardanti soprattutto diagnosi complesse e prognosi cattive, dovendo tener conto della estrema vulnerabilità del paziente e di chi gli stava attorno al letto, cercando di rispettarlo sempre nella sua dignità, modulando speranza e verità, compassione e professionalità, ma soprattutto fiducia reciproca. Ci sembrava importante cercare di capire e far capire l’”esilio” che la malattia produce nell’uomo, la sua ripercussione psichica, il dolore e la sofferenza che in ogni tipo di cura occorre eliminare, se l’ammalato lo desidera, senza necessariamente passare attraverso la metafisica.
Con gli anni, abbiamo individuato nelle Medical Humanities soprattutto un umanesimo clinico al letto del malato cha fa da sentinella del dolore, della sofferenza, della speranza e del senso dell’esistenza: ci siamo lasciati condurre dal principio della reciprocità e dall’”etica della resistenza” per poi trasformarsi in un’etica pubblica, direi di un’etica politica, che sappia accogliere il diverso e chi viene da lontano.
Questo sguardo Medical Humanities si fonda certo sulla bioetica, ma pure sulla narrazione della storia biografica oltre che biologica del paziente, mediante un percorso interprofessionale e transdisciplinare: il tentativo didattico è quello di intrecciare dinamicamente le teorie bioetiche con la grande letteratura sulla malattia o con i capolavori cinematografici, non da ultimo per approfondire il confronto fra la clinica e i progressi dell’intelligenza artificiale rispettivamente della robotica nella medicina, già da domani.
Anche la cultura si deve relazionare con le Medical Humanities, perché entrambi fanno capo a un sistema di valori che condiziona la salute e il benessere sia dell’individuo sia della comunità attraverso competenze culturali dinamiche. In realtà, appartengono alla Medicina non soltanto coloro cui attribuiamo una malattia, ma tutti i fragili che non sanno difendere la loro autonomia. Oggi la cultura delle humanities non è più un dato acquisito da trasmettere, ma un dato da ricercare: occorre un linguaggio di condivisione dove il quotidiano è narrato dalle persone stesse e non soltanto dai curanti, ma anche dagli epidemiologici, dagli antropologi, magari attraverso la fotografia e il documentario.


Roberto Malacrida

La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.
La presa a carico di queste situazioni complesse comporta una “presa di decisione etica” che accompagnerà i pazienti fino alla loro morte, protetti dai loro curanti senza interventi inutilmente aggressivi, se non il doveroso supporto contro dolore, sofferenze e paure oppure, se del caso, interverranno, con il loro consenso, a sospendere le terapie che hanno perso ogni possibilità di migliorare il decorso biologico.
Trent’anni or sono, a Bellinzona, praticammo nel quotidiano quel che noi pensavamo dovesse essere uno “stile Medical Humanities”: lo realizzammo attraverso un reparto di “cure intense aperte”, cioè aperto alle visite dei famigliari e delle persone care al paziente giorno e notte, sempre. Fu una delle prime esperienze europee e fu di grandissimo insegnamento per tutti i curanti, infermiere e medici: imparammo a comunicare le “cose difficili” riguardanti soprattutto diagnosi complesse e prognosi cattive, dovendo tener conto della estrema vulnerabilità del paziente e di chi gli stava attorno al letto, cercando di rispettarlo sempre nella sua dignità, modulando speranza e verità, compassione e professionalità, ma soprattutto fiducia reciproca. Ci sembrava importante cercare di capire e far capire l’”esilio” che la malattia produce nell’uomo, la sua ripercussione psichica, il dolore e la sofferenza che in ogni tipo di cura occorre eliminare, se l’ammalato lo desidera, senza necessariamente passare attraverso la metafisica.
Con gli anni, abbiamo individuato nelle Medical Humanities soprattutto un umanesimo clinico al letto del malato cha fa da sentinella del dolore, della sofferenza, della speranza e del senso dell’esistenza: ci siamo lasciati condurre dal principio della reciprocità e dall’”etica della resistenza” per poi trasformarsi in un’etica pubblica, direi di un’etica politica, che sappia accogliere il diverso e chi viene da lontano.
Questo sguardo Medical Humanities si fonda certo sulla bioetica, ma pure sulla narrazione della storia biografica oltre che biologica del paziente, mediante un percorso interprofessionale e transdisciplinare: il tentativo didattico è quello di intrecciare dinamicamente le teorie bioetiche con la grande letteratura sulla malattia o con i capolavori cinematografici, non da ultimo per approfondire il confronto fra la clinica e i progressi dell’intelligenza artificiale rispettivamente della robotica nella medicina, già da domani.
Anche la cultura si deve relazionare con le Medical Humanities, perché entrambi fanno capo a un sistema di valori che condiziona la salute e il benessere sia dell’individuo sia della comunità attraverso competenze culturali dinamiche. In realtà, appartengono alla Medicina non soltanto coloro cui attribuiamo una malattia, ma tutti i fragili che non sanno difendere la loro autonomia. Oggi la cultura delle humanities non è più un dato acquisito da trasmettere, ma un dato da ricercare: occorre un linguaggio di condivisione dove il quotidiano è narrato dalle persone stesse e non soltanto dai curanti, ma anche dagli epidemiologici, dagli antropologi, magari attraverso la fotografia e il documentario.


Roberto Malacrida

La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.

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