Pensieri

“Riconoscere la dignità dei pazienti non significa soltanto proteggere la vulnerabilità delle persone ma soprattutto rispettarne le loro volontà”

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

«Non si tratta di eliminare l’incertezza, perché occorre sempre privilegiare il dubbio rispetto alla creazione artificiale del vero. Purtroppo non esistono garanzie per affrontare l’avvenire: in presenza di una pandemia valgono soltanto le conoscenze, i ragionamenti, i valori discussi e le decisioni conseguenti. E, come unica bussola, una coscienza inquieta e non fatalista della nostra comune fragilità». 

Bertrand Kiefer, "Coronavirus, responsabilité et fragilité", Revue Médicale Suisse, 2020, n. 685

«Non si tratta di eliminare l’incertezza, perché occorre sempre privilegiare il dubbio rispetto alla creazione artificiale del vero. Purtroppo non esistono garanzie per affrontare l’avvenire: in presenza di una pandemia valgono soltanto le conoscenze, i ragionamenti, i valori discussi e le decisioni conseguenti. E, come unica bussola, una coscienza inquieta e non fatalista della nostra comune fragilità». 

Bertrand Kiefer, "Coronavirus, responsabilité et fragilité", Revue Médicale Suisse, 2020, n. 685



«Non si tratta di eliminare l’incertezza, perché occorre sempre privilegiare il dubbio rispetto alla creazione artificiale del vero. Purtroppo non esistono garanzie per affrontare l’avvenire: in presenza di una pandemia valgono soltanto le conoscenze, i ragionamenti, i valori discussi e le decisioni conseguenti. E, come unica bussola, una coscienza inquieta e non fatalista della nostra comune fragilità».

«L’etica deriva dalla capacità di immaginare il dolore degli altri»

Dacia Maraini in T. Numerico, "Approvami. E rendimi un corpo pensante", Il Manifesto, 28.03.2020

«L’etica deriva dalla capacità di immaginare il dolore degli altri»

Dacia Maraini in T. Numerico, "Approvami. E rendimi un corpo pensante", Il Manifesto, 28.03.2020



«L’etica deriva dalla capacità di immaginare il dolore degli altri»

Il concetto e la pratica del “triage”

Il triage è nato con la medicina di catastrofe e in tempo di guerra con lo scopo di trovare una soluzione quando le risorse sono molto inferiori ai bisogni. Ovvero quando il numero di “feriti” è superiore alle possibilità di curarli tutti. Le direttive etiche durante una catastrofe, naturale o bellica, prevedono che venga curato prima chi rischia la vita ma può salvarsi. Chi non è in pericolo di morte non viene curato con la stessa qualità di quanto si farebbe in tempi di pace. E chi non ha possibilità di sopravvivenza non viene curato in modo attivo, ma lo si libera almeno dal dolore. In tempi “normali” la possibilità del paziente di uscire dall’ospedale è uno dei parametri che si usano per decidere se metterlo a beneficio di terapie intensive e sovente dolorose. Si tratta di decisioni difficili e complesse che vanno prese tramite criteri biografici, clinici e di laboratorio (l’età ma non solo: anche le malattie pregresse o attuali, la frequenza cardiaca, la quantità d’ossigeno nel sangue, lo stato di coscienza, eccetera) per capire quali sono le possibilità di sopravvivenza del paziente. Inoltre e soprattutto si seguono i quattro principi della bioetica. In un contesto “normale” il primo principio è quello dell’autonomia: si comincia col capire se il paziente desidera o no una terapia intensiva. E qui entrano in gioco le direttive anticipate. Ci sono anziani che decidono, dopo aver sentito il parere e le spiegazioni del loro medico, che in cure intensive le sofferenze per loro sarebbero maggiori dell’eventuale beneficio ottenuto a corto termine. Il secondo principio è quello della benevolenza. Le cure cioè devono fare il bene del paziente. Il terzo è quello del non nuocere. Ovvero non fare del male accanendosi inutilmente o proseguendo con terapie superflue quando la prognosi è ormai irreversibile. In tempi di pandemia o di catastrofe subentra il quarto principio: quello della giustizia distributiva: la valutazione dei rischi rispetto ai benefici deve tener conto non soltanto del soggetto, ma anche della collettività. Durante questo ultimo mese di pandemia, per non arrivare a scelte troppo tragicamente complesse ecco che si sono moltiplicati i letti di cure intense totalmente attrezzati, aumentati e allungati i turni dei curanti: il tutto ha finora permesso di poter offrire un letto in ospedale rispettivamente in cure intense a tutti i pazienti che ne necessitavano ed esaudivano i criteri di ammissione.

Roberto Malacrida

Il concetto e la pratica del “triage”

Il triage è nato con la medicina di catastrofe e in tempo di guerra con lo scopo di trovare una soluzione quando le risorse sono molto inferiori ai bisogni. Ovvero quando il numero di “feriti” è superiore alle possibilità di curarli tutti. Le direttive etiche durante una catastrofe, naturale o bellica, prevedono che venga curato prima chi rischia la vita ma può salvarsi. Chi non è in pericolo di morte non viene curato con la stessa qualità di quanto si farebbe in tempi di pace. E chi non ha possibilità di sopravvivenza non viene curato in modo attivo, ma lo si libera almeno dal dolore. In tempi “normali” la possibilità del paziente di uscire dall’ospedale è uno dei parametri che si usano per decidere se metterlo a beneficio di terapie intensive e sovente dolorose. Si tratta di decisioni difficili e complesse che vanno prese tramite criteri biografici, clinici e di laboratorio (l’età ma non solo: anche le malattie pregresse o attuali, la frequenza cardiaca, la quantità d’ossigeno nel sangue, lo stato di coscienza, eccetera) per capire quali sono le possibilità di sopravvivenza del paziente. Inoltre e soprattutto si seguono i quattro principi della bioetica. In un contesto “normale” il primo principio è quello dell’autonomia: si comincia col capire se il paziente desidera o no una terapia intensiva. E qui entrano in gioco le direttive anticipate. Ci sono anziani che decidono, dopo aver sentito il parere e le spiegazioni del loro medico, che in cure intensive le sofferenze per loro sarebbero maggiori dell’eventuale beneficio ottenuto a corto termine. Il secondo principio è quello della benevolenza. Le cure cioè devono fare il bene del paziente. Il terzo è quello del non nuocere. Ovvero non fare del male accanendosi inutilmente o proseguendo con terapie superflue quando la prognosi è ormai irreversibile. In tempi di pandemia o di catastrofe subentra il quarto principio: quello della giustizia distributiva: la valutazione dei rischi rispetto ai benefici deve tener conto non soltanto del soggetto, ma anche della collettività. Durante questo ultimo mese di pandemia, per non arrivare a scelte troppo tragicamente complesse ecco che si sono moltiplicati i letti di cure intense totalmente attrezzati, aumentati e allungati i turni dei curanti: il tutto ha finora permesso di poter offrire un letto in ospedale rispettivamente in cure intense a tutti i pazienti che ne necessitavano ed esaudivano i criteri di ammissione.

Roberto Malacrida



Il concetto e la pratica del "triage"

Il triage è nato con la medicina di catastrofe e in tempo di guerra con lo scopo di trovare una soluzione quando le risorse sono molto inferiori ai bisogni. Ovvero quando il numero di “feriti” è superiore alle possibilità di curarli tutti. Le direttive etiche durante una catastrofe, naturale o bellica, prevedono che venga curato prima chi rischia la vita ma può salvarsi. Chi non è in pericolo di morte non viene curato con la stessa qualità di quanto si farebbe in tempi di pace. E chi non ha possibilità di sopravvivenza non viene curato in modo attivo, ma lo si libera almeno dal dolore. In tempi “normali” la possibilità del paziente di uscire dall’ospedale è uno dei parametri che si usano per decidere se metterlo a beneficio di terapie intensive e sovente dolorose.

«Come spieghi ad una persona con ritardo mentale e uno spettro autistico che la passeggiata che fa sempre alla mattina non la farà? E come spieghi alla ragazza in carrozzella e che non parla che oggi la doccia le verrà fatta con la mascherina, perché nell’altra stanza un altro utente ha la febbre? [...] È un popolo silente e nascosto, oggi più che mai. E il personale educativo è un esercito di persone che di punto in bianco si trovano ad affrontare una cosa più grande di loro, certo come tutti, ma a dispetto dei loro colleghi infermieri negli ospedali, senza nessuna preparazione alla gestione di un’emergenza sanitaria. [...] Curanti dell’ombra, di quella parte di società a cui, malgrado anni di lotta per l’inclusione sociale, il mondo “normodotato” fatica ad approcciarsi perché toccato nel profondo, nei sentimenti della colpa e della compassione. Curanti dell’ombra, non alla luce del sole, dei riflettori o dei neon di corsia e dei supermercati. Ma senza ombra non ci sarà più nessuna luce».

Gherardo Caccia, "I curanti dell'ombra", GAS, 24.03.2020

«Come spieghi ad una persona con ritardo mentale e uno spettro autistico che la passeggiata che fa sempre alla mattina non la farà? E come spieghi alla ragazza in carrozzella e che non parla che oggi la doccia le verrà fatta con la mascherina, perché nell’altra stanza un altro utente ha la febbre? [...] È un popolo silente e nascosto, oggi più che mai. E il personale educativo è un esercito di persone che di punto in bianco si trovano ad affrontare una cosa più grande di loro, certo come tutti, ma a dispetto dei loro colleghi infermieri negli ospedali, senza nessuna preparazione alla gestione di un’emergenza sanitaria. [...] Curanti dell’ombra, di quella parte di società a cui, malgrado anni di lotta per l’inclusione sociale, il mondo “normodotato” fatica ad approcciarsi perché toccato nel profondo, nei sentimenti della colpa e della compassione. Curanti dell’ombra, non alla luce del sole, dei riflettori o dei neon di corsia e dei supermercati. Ma senza ombra non ci sarà più nessuna luce».

Gherardo Caccia, "I curanti dell'ombra", GAS, 24.03.2020



«Come spieghi ad una persona con ritardo mentale e uno spettro autistico che la passeggiata che fa sempre alla mattina non la farà? E come spieghi alla ragazza in carrozzella e che non parla che oggi la doccia le verrà fatta con la mascherina, perché nell’altra stanza un altro utente ha la febbre?

«[...] A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora -
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro».

Mariangela Gualtieri, "Nove Marzo Duemilaventi", Doppiozero, 09.03.2020

«[...] A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora -
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro».

Mariangela Gualtieri, "Nove Marzo Duemilaventi", Doppiozero, 09.03.2020



«[...] A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora -
noi torneremo con una comprensione dilatata.

Etica e pandemia

Occorre sottolineare la priorità del valore della protezione della salute in generale, ma soprattutto della collettività, la più fragile a confronto delle preoccupazioni economiche nazionali, anche se le difficoltà economiche della post-pandemia avranno un impatto sulla salute delle classi più fragili della nostra società. La sfida etica è quella di saper ben bilanciare la difesa della salute individuale e collettiva con gli interessi dell’economia».

Roberto Malacrida

 

Etica e pandemia

Occorre sottolineare la priorità del valore della protezione della salute in generale, ma soprattutto della collettività, la più fragile a confronto delle preoccupazioni economiche nazionali, anche se le difficoltà economiche della post-pandemia avranno un impatto sulla salute delle classi più fragili della nostra società. La sfida etica è quella di saper ben bilanciare la difesa della salute individuale e collettiva con gli interessi dell’economia».

Roberto Malacrida

 



Etica e pandemia

«Occorre sottolineare la priorità del valore della protezione della salute in generale, ma soprattutto della collettività, la più fragile a confronto delle preoccupazioni economiche nazionali, anche se le difficoltà economiche della post-pandemia avranno un impatto sulla salute delle classi più fragili della nostra società.

Lo stato di paura, che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui, si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale.

Giorgio Agamben, Il Manifesto, 26.02.2020

Lo stato di paura, che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui, si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale.

Giorgio Agamben, Il Manifesto, 26.02.2020



Lo stato di paura, che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui, si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale.

Il linguaggio è la filosofia degli umanisti: perché il linguaggio porta alla filologia, cioè all’interpretazione: «nessuna cosa – scrive Cacciari –, mai, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio, dono divino. Qui sta davvero l’acquisizione filosofica fondamentale dell’umanesimo…». E con il linguaggio sta la libertà dell’uomo.

Nicola Gardini, Il Sole 24 Ore, 24.03.2019

Il linguaggio è la filosofia degli umanisti: perché il linguaggio porta alla filologia, cioè all’interpretazione: «nessuna cosa – scrive Cacciari –, mai, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio, dono divino. Qui sta davvero l’acquisizione filosofica fondamentale dell’umanesimo…». E con il linguaggio sta la libertà dell’uomo.

Nicola Gardini, Il Sole 24 Ore, 24.03.2019



Il linguaggio è la filosofia degli umanisti: perché il linguaggio porta alla filologia, cioè all’interpretazione: «nessuna cosa – scrive Cacciari –, mai, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio, dono divino.

«È nata una primula»: alcune parole attorno al libro di Ornella Manzocchi

       

“Venite da me  a curarmi a casa dove io sto, dove non stanno le nostre parole pubbliche"
Carlo Sini 

E` attraverso questo strano monito di Carlo Sini che bisogna, a mio modo di vedere, affronatre l`avvincente percorso, che il lavoro, fattosi scrittura, di Ornella Manzocchi ci offre. Superate le “alture” dei Saperi si assapora, vicino ai suoi pazienti, la brezza di una affettuosa “domiciliarietà”,  che si è fatta “casa”  per l` anima, una “casa” di ombre, ma anche di calda luce. Come  lasciar nascere una  “primula” - da “primus”  per la precocità fragile della sua fioritura-, appena le pesantezze dell`inverno teorico, racchiuso nell` ingombro delle nostre competenze , dei “saperi già saputi” , che  assediano le nostre menti, ci hanno lasciati liberi  di pensare e di sentire diversamente ? Essere operatori della cura ( dell`anima, del corpo ma anche del mondo), viaggiatori della “valle del fare anima”, come la chiama il poeta Keats, vuole dire infatti divenire capaci di navigare nell`ignoto , accettandone l`incertezza e l`incompiutezza, aperti a quell` Ereignis, che cambia nell`esistenza l`ordine delle cose  e del tempo rivelandone la forza del suo kairos. Alla “ macchina della Ragione “ si oppone qui un  sapere dell`ombra, che pulsa per divenire storia. E`in questa battaglia, non nuova  nelle terre dell`anima, che abita in tensione anche il lavoro di Ornella Manzocchi , aperto al pensiero del Sensibile …

Vi sono così tre buone ragioni per essere lieti della pubblicazione da parte della Fondazione Corbaro del lavoro di Ornella Manzocchi. La qualità del libro in primo luogo, ma anche la sua utilità nella formazione delle nuove generazioni di operatori della cura. A  questo si aggiunge la felice scelta della collana Corbaro, che abita lo stesso orizzonte del libro, quello delle  humanitas, e non da ultimo lieti per la rinascita del  sogno editoraile, che fui quello di Alice . La prima ragione è  bella e dice del valore di un libro, che naviga tra riflessione teorica e racconto di esperienze di cura vissute in prima persona, e che diviene exemplum per le nuove generazioni di operatori della cura e dell`aiuto di una pratica teorica e di una riflessione clinica costantemente bagnata nel “fiume dell`esperienza”.  Un “fiume”  in cui fare esperienza dell`esperienza stessa, liberi dai vicoli delle ideologie psicologiche e dalle mode interpretative, che sono sovente vere e proprie “gabbie” conoscitive e  operative  dell` esistenza dell`Altro e del suo mondo-della-vita. Un libro, questo di Ornella Manzocchi, centrato sull`esperienza, che è , come scrive Giacomo Marramao nel suo “Kairos. Apologia del tempo debito”,  Er-fahrung , viaggio , navigazione . 

«Il termine esperienza, scrive Giacomo Marramao” , va qui assunto nel suo significato di Er-fahrung, esperienza-viaggio, non in quello di Er-leben o Er-lebnis, esperienza-vita. L'esperienza è un er-fahren: equivale a intraprendere un viaggio. Per la stessa ragione è necessario riallacciarsi anche al termine greco em-peiría, di cui il termine latino ex-perientia è un fedelissimo calco: esso indica il movimento di un passare attraverso le strettoie del saggio, della prova. E - fatto assai poco considerato - discende dalla stessa radice di per-iculum». 

Un libro per essere capace di parlare all`anima e dell`anima deve essere infatti rischioso, disposto al viaggio con sulle spalle la sua “casa”. Un libro, direi persino avventuroso, per scuotere  le “catene“ di una psicologia e di una encefaloiatria, che come ricorda Michel Foucault , “mai potrà domare la follia”, che resta ospite inquieta e  indomabile della cultura  e come della nostra interiorità. “Catene” ideologiche da cui il libro “E` nata una primula”, cresciuto in un alveo  psicologico con aperture alla lezione fenomenologica,  prova a liberarci. Un libro che ha un titolo generativo nel tentativo di prendere paradossalmente  le distanze persino dal suo più blasonato sottotitolo.  Un libro, che ha il coraggio di sconfiggere nel gesto di cura il già saputo , ciò che sovente nutre velenosamente le competenze specifiche, per condividere con il proprio paziente  la dimensione della presenza , del so-stare nella cura, in quell` être-déja-là, être-là,  être-encore-là- dell` incontro. La seconda ragione sta nel vedere con questo libro rinnovarsi il progetto editoriale che fu,  a partire dal 1984, quello  dell`Assocazione Alice.  L `Associazione Alice, che si occupava tra gli  anni Sessanta e Ottanta attraverso le sue Antenne dei problemi di tossicodipendenza, diede infatto inizio ad un progetto editoriale, -le Edizioni Alice-, che accompagnarono i suoi 21 Seminari annuali di Vacallo- , nella consapevolezza che la relazione di aiuto e di cura non potesse evitare di porre alla società stessa e alle sue professioni delal  cura anche un problema di cultura. Tra le numerose iniziative  di quel progetto vi fu anche quello che ha visto nascere una collana bianca  - era il 1991- più orientatta al tema inter e trans-disciplinare della Cura. Una collana chiamata Corbaro, che segnò l`inizio di una collaborazione con la Fondazione Corbaro per le  medical humanities di Bellinzona. Dopo anni di silenzio nel settembre 2019, le edizioni Casagrande di Bellinzona accolgono con la stessa impostazione grafica di Bruno Monguzzi , la collana Corbaro nel proprio catalogo, garantendone la continuità organizzativa e culturale . Infatti  questo passaggio di testimone renderà possibile, proteggendone lo spazio editoriale, la continuazione di una riflessione critica sui dilemmi e gli intrighi delle humanitas nel campo della medicina, del lavoro sociale e psico-sociale, perché mai dobbiamo scordare le parole del Carmide di Platone ,

l'anima, o caro , si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i discorsi belli"  (157a).

Il libro di Ornella Manzocchi appartiene infatti ai discorsi belli.

 

Graziano Martignoni

 

 

«È nata una primula»: alcune parole attorno al libro di Ornella Manzocchi

       

“Venite da me  a curarmi a casa dove io sto, dove non stanno le nostre parole pubbliche"
Carlo Sini 

E` attraverso questo strano monito di Carlo Sini che bisogna, a mio modo di vedere, affronatre l`avvincente percorso, che il lavoro, fattosi scrittura, di Ornella Manzocchi ci offre. Superate le “alture” dei Saperi si assapora, vicino ai suoi pazienti, la brezza di una affettuosa “domiciliarietà”,  che si è fatta “casa”  per l` anima, una “casa” di ombre, ma anche di calda luce. Come  lasciar nascere una  “primula” - da “primus”  per la precocità fragile della sua fioritura-, appena le pesantezze dell`inverno teorico, racchiuso nell` ingombro delle nostre competenze , dei “saperi già saputi” , che  assediano le nostre menti, ci hanno lasciati liberi  di pensare e di sentire diversamente ? Essere operatori della cura ( dell`anima, del corpo ma anche del mondo), viaggiatori della “valle del fare anima”, come la chiama il poeta Keats, vuole dire infatti divenire capaci di navigare nell`ignoto , accettandone l`incertezza e l`incompiutezza, aperti a quell` Ereignis, che cambia nell`esistenza l`ordine delle cose  e del tempo rivelandone la forza del suo kairos. Alla “ macchina della Ragione “ si oppone qui un  sapere dell`ombra, che pulsa per divenire storia. E`in questa battaglia, non nuova  nelle terre dell`anima, che abita in tensione anche il lavoro di Ornella Manzocchi , aperto al pensiero del Sensibile …

Vi sono così tre buone ragioni per essere lieti della pubblicazione da parte della Fondazione Corbaro del lavoro di Ornella Manzocchi. La qualità del libro in primo luogo, ma anche la sua utilità nella formazione delle nuove generazioni di operatori della cura. A  questo si aggiunge la felice scelta della collana Corbaro, che abita lo stesso orizzonte del libro, quello delle  humanitas, e non da ultimo lieti per la rinascita del  sogno editoraile, che fui quello di Alice . La prima ragione è  bella e dice del valore di un libro, che naviga tra riflessione teorica e racconto di esperienze di cura vissute in prima persona, e che diviene exemplum per le nuove generazioni di operatori della cura e dell`aiuto di una pratica teorica e di una riflessione clinica costantemente bagnata nel “fiume dell`esperienza”.  Un “fiume”  in cui fare esperienza dell`esperienza stessa, liberi dai vicoli delle ideologie psicologiche e dalle mode interpretative, che sono sovente vere e proprie “gabbie” conoscitive e  operative  dell` esistenza dell`Altro e del suo mondo-della-vita. Un libro, questo di Ornella Manzocchi, centrato sull`esperienza, che è , come scrive Giacomo Marramao nel suo “Kairos. Apologia del tempo debito”,  Er-fahrung , viaggio , navigazione . 

«Il termine esperienza, scrive Giacomo Marramao” , va qui assunto nel suo significato di Er-fahrung, esperienza-viaggio, non in quello di Er-leben o Er-lebnis, esperienza-vita. L'esperienza è un er-fahren: equivale a intraprendere un viaggio. Per la stessa ragione è necessario riallacciarsi anche al termine greco em-peiría, di cui il termine latino ex-perientia è un fedelissimo calco: esso indica il movimento di un passare attraverso le strettoie del saggio, della prova. E - fatto assai poco considerato - discende dalla stessa radice di per-iculum». 

Un libro per essere capace di parlare all`anima e dell`anima deve essere infatti rischioso, disposto al viaggio con sulle spalle la sua “casa”. Un libro, direi persino avventuroso, per scuotere  le “catene“ di una psicologia e di una encefaloiatria, che come ricorda Michel Foucault , “mai potrà domare la follia”, che resta ospite inquieta e  indomabile della cultura  e come della nostra interiorità. “Catene” ideologiche da cui il libro “E` nata una primula”, cresciuto in un alveo  psicologico con aperture alla lezione fenomenologica,  prova a liberarci. Un libro che ha un titolo generativo nel tentativo di prendere paradossalmente  le distanze persino dal suo più blasonato sottotitolo.  Un libro, che ha il coraggio di sconfiggere nel gesto di cura il già saputo , ciò che sovente nutre velenosamente le competenze specifiche, per condividere con il proprio paziente  la dimensione della presenza , del so-stare nella cura, in quell` être-déja-là, être-là,  être-encore-là- dell` incontro. La seconda ragione sta nel vedere con questo libro rinnovarsi il progetto editoriale che fu,  a partire dal 1984, quello  dell`Assocazione Alice.  L `Associazione Alice, che si occupava tra gli  anni Sessanta e Ottanta attraverso le sue Antenne dei problemi di tossicodipendenza, diede infatto inizio ad un progetto editoriale, -le Edizioni Alice-, che accompagnarono i suoi 21 Seminari annuali di Vacallo- , nella consapevolezza che la relazione di aiuto e di cura non potesse evitare di porre alla società stessa e alle sue professioni delal  cura anche un problema di cultura. Tra le numerose iniziative  di quel progetto vi fu anche quello che ha visto nascere una collana bianca  - era il 1991- più orientatta al tema inter e trans-disciplinare della Cura. Una collana chiamata Corbaro, che segnò l`inizio di una collaborazione con la Fondazione Corbaro per le  medical humanities di Bellinzona. Dopo anni di silenzio nel settembre 2019, le edizioni Casagrande di Bellinzona accolgono con la stessa impostazione grafica di Bruno Monguzzi , la collana Corbaro nel proprio catalogo, garantendone la continuità organizzativa e culturale . Infatti  questo passaggio di testimone renderà possibile, proteggendone lo spazio editoriale, la continuazione di una riflessione critica sui dilemmi e gli intrighi delle humanitas nel campo della medicina, del lavoro sociale e psico-sociale, perché mai dobbiamo scordare le parole del Carmide di Platone ,

l'anima, o caro , si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i discorsi belli"  (157a).

Il libro di Ornella Manzocchi appartiene infatti ai discorsi belli.

 

Graziano Martignoni

 

 



«È nata una primula»: alcune parole attorno al libro di Ornella Manzocchi

“Venite da me a curarmi a casa dove io sto, dove non stanno le nostre parole pubbliche", Carlo Sini
E` attraverso questo strano monito di Carlo Sini che bisogna, a mio modo di vedere, affronatre l`avvincente percorso, che il lavoro, fattosi scrittura, di Ornella Manzocchi ci offre. Superate le “alture” dei Saperi si assapora, vicino ai suoi pazienti, la brezza di una affettuosa “domiciliarietà”, che si è fatta “casa” per l` anima, una “casa” di ombre, ma anche di calda luce.

La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

(parafrasando Antonio Gnoli)

La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

(parafrasando Antonio Gnoli)



La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.
La presa a carico di queste situazioni complesse comporta una “presa di decisione etica” che accompagnerà i pazienti fino alla loro morte, protetti dai loro curanti senza interventi inutilmente aggressivi, se non il doveroso supporto contro dolore, sofferenze e paure oppure, se del caso, interverranno, con il loro consenso, a sospendere le terapie che hanno perso ogni possibilità di migliorare il decorso biologico.
Trent’anni or sono, a Bellinzona, praticammo nel quotidiano quel che noi pensavamo dovesse essere uno “stile Medical Humanities”: lo realizzammo attraverso un reparto di “cure intense aperte”, cioè aperto alle visite dei famigliari e delle persone care al paziente giorno e notte, sempre. Fu una delle prime esperienze europee e fu di grandissimo insegnamento per tutti i curanti, infermiere e medici: imparammo a comunicare le “cose difficili” riguardanti soprattutto diagnosi complesse e prognosi cattive, dovendo tener conto della estrema vulnerabilità del paziente e di chi gli stava attorno al letto, cercando di rispettarlo sempre nella sua dignità, modulando speranza e verità, compassione e professionalità, ma soprattutto fiducia reciproca. Ci sembrava importante cercare di capire e far capire l’”esilio” che la malattia produce nell’uomo, la sua ripercussione psichica, il dolore e la sofferenza che in ogni tipo di cura occorre eliminare, se l’ammalato lo desidera, senza necessariamente passare attraverso la metafisica.
Con gli anni, abbiamo individuato nelle Medical Humanities soprattutto un umanesimo clinico al letto del malato cha fa da sentinella del dolore, della sofferenza, della speranza e del senso dell’esistenza: ci siamo lasciati condurre dal principio della reciprocità e dall’”etica della resistenza” per poi trasformarsi in un’etica pubblica, direi di un’etica politica, che sappia accogliere il diverso e chi viene da lontano.
Questo sguardo Medical Humanities si fonda certo sulla bioetica, ma pure sulla narrazione della storia biografica oltre che biologica del paziente, mediante un percorso interprofessionale e transdisciplinare: il tentativo didattico è quello di intrecciare dinamicamente le teorie bioetiche con la grande letteratura sulla malattia o con i capolavori cinematografici, non da ultimo per approfondire il confronto fra la clinica e i progressi dell’intelligenza artificiale rispettivamente della robotica nella medicina, già da domani.
Anche la cultura si deve relazionare con le Medical Humanities, perché entrambi fanno capo a un sistema di valori che condiziona la salute e il benessere sia dell’individuo sia della comunità attraverso competenze culturali dinamiche. In realtà, appartengono alla Medicina non soltanto coloro cui attribuiamo una malattia, ma tutti i fragili che non sanno difendere la loro autonomia. Oggi la cultura delle humanities non è più un dato acquisito da trasmettere, ma un dato da ricercare: occorre un linguaggio di condivisione dove il quotidiano è narrato dalle persone stesse e non soltanto dai curanti, ma anche dagli epidemiologici, dagli antropologi, magari attraverso la fotografia e il documentario.


Roberto Malacrida

La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.
La presa a carico di queste situazioni complesse comporta una “presa di decisione etica” che accompagnerà i pazienti fino alla loro morte, protetti dai loro curanti senza interventi inutilmente aggressivi, se non il doveroso supporto contro dolore, sofferenze e paure oppure, se del caso, interverranno, con il loro consenso, a sospendere le terapie che hanno perso ogni possibilità di migliorare il decorso biologico.
Trent’anni or sono, a Bellinzona, praticammo nel quotidiano quel che noi pensavamo dovesse essere uno “stile Medical Humanities”: lo realizzammo attraverso un reparto di “cure intense aperte”, cioè aperto alle visite dei famigliari e delle persone care al paziente giorno e notte, sempre. Fu una delle prime esperienze europee e fu di grandissimo insegnamento per tutti i curanti, infermiere e medici: imparammo a comunicare le “cose difficili” riguardanti soprattutto diagnosi complesse e prognosi cattive, dovendo tener conto della estrema vulnerabilità del paziente e di chi gli stava attorno al letto, cercando di rispettarlo sempre nella sua dignità, modulando speranza e verità, compassione e professionalità, ma soprattutto fiducia reciproca. Ci sembrava importante cercare di capire e far capire l’”esilio” che la malattia produce nell’uomo, la sua ripercussione psichica, il dolore e la sofferenza che in ogni tipo di cura occorre eliminare, se l’ammalato lo desidera, senza necessariamente passare attraverso la metafisica.
Con gli anni, abbiamo individuato nelle Medical Humanities soprattutto un umanesimo clinico al letto del malato cha fa da sentinella del dolore, della sofferenza, della speranza e del senso dell’esistenza: ci siamo lasciati condurre dal principio della reciprocità e dall’”etica della resistenza” per poi trasformarsi in un’etica pubblica, direi di un’etica politica, che sappia accogliere il diverso e chi viene da lontano.
Questo sguardo Medical Humanities si fonda certo sulla bioetica, ma pure sulla narrazione della storia biografica oltre che biologica del paziente, mediante un percorso interprofessionale e transdisciplinare: il tentativo didattico è quello di intrecciare dinamicamente le teorie bioetiche con la grande letteratura sulla malattia o con i capolavori cinematografici, non da ultimo per approfondire il confronto fra la clinica e i progressi dell’intelligenza artificiale rispettivamente della robotica nella medicina, già da domani.
Anche la cultura si deve relazionare con le Medical Humanities, perché entrambi fanno capo a un sistema di valori che condiziona la salute e il benessere sia dell’individuo sia della comunità attraverso competenze culturali dinamiche. In realtà, appartengono alla Medicina non soltanto coloro cui attribuiamo una malattia, ma tutti i fragili che non sanno difendere la loro autonomia. Oggi la cultura delle humanities non è più un dato acquisito da trasmettere, ma un dato da ricercare: occorre un linguaggio di condivisione dove il quotidiano è narrato dalle persone stesse e non soltanto dai curanti, ma anche dagli epidemiologici, dagli antropologi, magari attraverso la fotografia e il documentario.


Roberto Malacrida



La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.

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